Nel suo saggio Il secolo fragile. Caos e potere nel mondo in crisi permanente (Marsilio, 2025), il politologo americano Robert D. Kaplan offre una lettura severa e disincantata della fase storica attuale, segnata da instabilità diffusa e da un ordine globale sempre più incerto. Secondo Kaplan, il sistema internazionale sta vivendo una transizione profonda in cui le certezze del secondo dopoguerra si sono progressivamente indebolite. L’idea di un ordine liberale stabile lascia spazio a uno scenario più fluido e conflittuale, in cui la gestione delle crisi appare frammentata e spesso inefficace. Al centro dell’analisi c’è il ritorno di una competizione tra grandi potenze, che richiama dinamiche tipiche di epoche precedenti alla globalizzazione. Non si tratta di un semplice equilibrio multipolare, ma di un sistema in cui le sfere d’influenza tornano a pesare e la diplomazia si muove su terreni più instabili e meno prevedibili. Kaplan sottolinea inoltre come le democrazie occidentali mostrino segni di crescente fragilità interna. Polarizzazione politica, difficoltà decisionali e tensioni sociali contribuiscono a ridurre la capacità di risposta agli shock esterni, rendendo più complesso il mantenimento della coesione. Il risultato è quello che l’autore definisce un “secolo fragile”: un’epoca in cui il disordine non è un’eccezione, ma una condizione permanente. Una fase storica in cui il potere si ridefinisce continuamente, senza che emerga un centro stabile capace di garantire equilibrio duraturo.
