Palazzo Giustiniani. Uno spiraglio per il museo della Massoneria/Il Tempo

DI RICCARDO MAZZONI

Dopo un secolo di battaglie i massoni sono riusciti a riaprire il caso di Palazzo Giustiniani, la sede storica del Grande Oriente d’Italia espropriata dal regime fascista. La Cassazione ha infatti annullato la sentenza del Consiglio di Stato che aveva sancito la giurisdizione del giudice ordinario sulla questione, e a giudicare dovrà quindi essere il Tar. Il Grande Oriente d’Italia aveva denunciato la mancanza della condizione pregiudiziale del legittimo esercizio del potere dello Stato italiano, ossia la mancata dichiarazione di nullità dell’atto di compravendita rogato nel lontano 1911 in favore della Urbs (società immobiliare del Grande Oriente d’Italia) con la conseguenza che, permanendo in vita l’atto di proprietà in capo alla società, il decreto di prelazione emesso dal governo non poteva costituire atto di trasferimento in favore di quest’ultimo, tesi accolta in pieno dalla Corte suprema. Il Grande Oriente d’Italia ha ribadito che l’iniziativa giudiziaria è volta esclusivamente a restituire la verità dei fatti alla storia, «nel pieno convincimento che la verità storica rappresenta il fondamento dell’essenza dello Stato democratico». «Le sezioni unite della Cassazione ha detto al Tempo il Gran Maestro Stefano Bisi ci hanno dato ragione: abbiamo denunciato e sostenuto che il regime fascista non poteva esercitare legittimamente il diritto di prelazione su Palazzo Giustiniani perché non era stato dichiarato nullo l’atto di acquisto in nostro favore. Ora spero che il presidente del Senato Ignazio La Russa ci convochi per trovare un accordo per consegnarci almeno quei 140 metri quadrati per fare il museo della Massoneria italiana come previsto dall’accordo sottoscritto nel 1991 dal presidente Giovanni Spadolini e dal Grande Oriente d’Italia». L’iter giudiziario è stato fatto ripartire per volontà dell’attuale giunta alla fine di luglio 2020: grazie a un lavoro certosino fatto negli archivi del Grande Oriente d’Italia sono stati infatti recuperati documenti fondamentali grazie ai quali fu presentato ricorso al Tar del Lazio il 29 luglio del 2020 nei confronti del Senato «per l’accertamento e la declaratoria dell’occupazione abusiva di Palazzo Giustiniani, sede storica della Massoneria che fu acquisita d’imperio al demanio pubblico, con una transazione farsa che costrinse il Grande Oriente a riconoscere la legittimità dell’esproprio». Ma per questa rinuncia lo Stato fascista promise un risarcimento, e questo è stato l’appiglio che ha aperto la strada al ricorso. Quello affrontato dalla Massoneria di Palazzo Giustiniani è stato un autentico calvario giudiziario, a partire dalla sentenza del ’53 della Corte d’Appello di Roma che dichiarò estinta «per prescrizione» l’azione di annullamento per il vizio di consenso causa violenza, perché l’azione «avrebbe dovuto essere esercitata entro cinque anni dai fatti», ossia nel periodo in cui il fascismo esercitò la sua massima violenza. Una motivazione, dunque, paradossale. La sentenza del Tar Lazio del dicembre 2021, confermata dal Consiglio di Stato, costituì poi l’ennesima beffa, rimandando alla competenza del giudice ordinario la controversia. Ora la Cassazione ha fatto giustizia, e l’auspicio è che venga messa la parola fine a una vicenda che non fa certo onore allo Stato repubblicano, che per decenni ha di fatto legittimato un sopruso perpetra to dal regime fascista con la violenza. A latere della verità giudiziaria, dunque, c’è anche una questione politica e istituzionale di grande rilievo: il ripudio di un falso diritto acquisito attraverso un crimine contro l’umanità, quale fu a tutti gli effetti la persecuzione dei massoni culminata con la caccia spietata nella notte di San Bartolomeo. «Non si può tollerare ha affermato Bisi in più occasioni che su questo crimine possa fondarsi un’indebita pretesa da parte di uno Stato come l’Italia che è Patria della Democrazia, della Giustizia e della Libertà». ©RIPRODUZIONE RISERVATA Pdazzo Giustiniani É statala sede storica del Grand’Oriente d’Italia (LaPresse)



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