“Mito ed esoterismo in Giovanni Pascoli”, il saggio di Francesco Zambon, pubblicato da Luni Editrice ella collana Grandi pensatori, propone una rilettura di
Giovanni Pascoli che si allontana dall’immagine tradizionale del poeta delle «piccole cose», del nido familiare, del dolore e del ricordo.Al centro dell’indagine ci sono il mito, la filosofia, la storia delle religioni e l’esoterismo: dimensioni che attraversano l’opera pascoliana e che, secondo Zambon, permettono di cogliere un autore molto più inquieto, complesso e moderno di quello consegnato dalla lettura scolastica.
Un aspetto particolarmente significativo riguarda il rapporto con la Massoneria. L’appartenenza di Pascoli fu a lungo negata dalla sorella Maria nella biografia dedicata al poeta, ma è oggi documentata da fonti e testimonianze che hanno consentito di ricostruire anche questo capitolo della sua vicenda intellettuale. L’interesse per la simbologia massonica e templare trova inoltre riscontri in alcuni testi poetici, tra cui Il Re dei Carbonari.
Zambon si sofferma innanzitutto sull’influenza di Max Müller, linguista e storico delle religioni, sulle concezioni pascoliane del mito. Non si tratta, dunque, di un semplice recupero della classicità: nelle mani di Pascoli il mito diventa uno strumento per interrogare il linguaggio, la religione e il rapporto dell’uomo con una realtà che conserva una dimensione misteriosa e indecifrabile.
Questa chiave di lettura illumina in particolare i Poemi conviviali e, soprattutto, L’ultimo viaggio, dove la figura di Circe assume contorni ambigui e allusivi. Ancora più sorprendente è il tema del silenzio delle sirene, che Zambon accosta al celebre apologo di Franz Kafka, mettendo in evidenza una singolare anticipazione pascoliana di una sensibilità profondamente moderna.
Un altro passaggio importante del volume riguarda il rapporto con Leopardi e la riflessione sulla funzione della poesia. Nel saggio L’era nuova e nella lettura della Ginestra, Pascoli si confronta con l’immagine di un universo che la scienza moderna ha reso radicalmente diverso da quello percepito dall’uomo. La poesia assume così il compito di misurarsi con una realtà cosmica priva di rassicurazioni, fino a sfiorare una visione profondamente nichilistica dell’esistenza.
È proprio questa dimensione a mettere in discussione il ritratto convenzionale di Pascoli. Dietro il poeta della natura e degli affetti quotidiani emerge uno scrittore interessato alle grandi questioni filosofiche: il destino dell’uomo, il significato del mito, la conoscenza, il mistero del cosmo e la possibilità stessa della poesia nell’età della scienza.
Il risultato è una figura di Pascoli che acquista una nuova profondità anche nel panorama europeo tra Otto e Novecento. Il poeta non appare più soltanto come l’interprete delle emozioni private e della memoria familiare, ma come un autore capace di confrontarsi con la crisi delle certezze moderne attraverso una complessa rete di simboli, riferimenti mitologici e suggestioni esoteriche.
Il libro di Zambon invita così a rileggere Pascoli partendo proprio da ciò che per lungo tempo è rimasto in secondo piano. Il «fanciullino» non scompare, ma viene ricollocato all’interno di una visione assai più vasta, nella quale la poesia diventa ricerca, interrogazione e persino forma di conoscenza.
Francesco Zambon, professore emerito dell’Università degli Studi di Trento, ha dedicato le sue ricerche soprattutto alla letteratura allegorica e religiosa del Medioevo, ai bestiari, al ciclo del Graal, alla poesia dei trovatori, alla cultura catara e alla mistica medievale. Si è occupato inoltre di numerosi poeti italiani ed europei del Novecento, fra cui Montale, Pascoli, Pasolini, Ceronetti, Zanzotto e Pessoa. È socio dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti e Maître ès Jeux dell’Académie des Jeux Floraux di Tolosa. Nel 2017 ha ricevuto la medaglia del Collège de France.
