Massoneria e letteratura. Puskin, la Dama di Picche e lo zar Nikita

Tra i più grandi scrittori di ogni tempo e massimi esponenti del Romanticismo, Aleksandr Sergeevič Puškin, nato il 6 giugno del 1799 a Mosca e morto a San Pietroburgo nel 1837, era un libero muratore. La sua iniziazione, di cui dà lui stesso testimonianza nei suoi diari, avrebbe avuto luogo, non come spesso si racconta durante l’esilio di Odessa cui fu costretto nel 1823 per alcuni sui scritti sovversivi, ma a Kisinev, in Moldavia, il 4 maggio del 1821 nella loggia Ovidio, che faceva parte dell’Unione della Loggia Astreja, messa al bando l’anno successivo dallo zar Alessandro I. Un provvedimento, di cui sarebbe metafora satirica, secondo alcuni studiosi, la fiaba dello Zar Nikita e le sue quaranta figlie scritta nel 1822. Riferimenti massonici sono presenti in vari scritti di Puskin, soprattutto ne “La donna di Picche” (conosciuto anche come “La dama di Picche), uscito nel 1834.

Considerato il padre della letteratura russa, a lui è intitolato l’Istituto che venne fondato nel 1966, con lo scopo di diffondere la lingua russa nel mondo. Lettore straordinario, si formò in un ambiente culturale di alto livello, sui grandi classici, di cui era ricca la biblioteca paterna, da Boileau a Racine, da Moliere a Chenier, a Rousseau, a Montesquieu a Voltaire. Fu negli anni della prima giovinezza che entrò in contatto con i rivoluzionari decabristi. Nel 1823 venne inviato in esilio a  Odessa, alle dipendenze del principe Voroncov, governatore generale della Nuova Russia. In questa città cosmopolita, di grandi scambi commerciali,  terminò il poema drammatico Boris Godunov, che sarà rappresentato nel 1831 e cominciò a scrivere Gli zingari, pubblicato poi nel 1827. Nel 1926 lo zar Nicola I aveva intanto annullato l’ordine di confino nei suoi confronti, anche se a causa di una lettere intercettata continuò a rimanere sotto la sorveglianza della polizia. Tornato a San Pietroburgo, Puskin visse un momento di grande creatività, stimolato anche dall’incontro con  Gogol’,  con il quale instaurò un forte rapporto di amicizia. Nel 1833 uscì in volume Evgenij Onegin (con un capitolo censurato) e pubblicò nel 1834 La donna di picche,  nel 1835 l’antologia Poemi e racconti (che non contiene ancora La figlia del capitano né le ultime poesie). Morì nel 1937 per le ferite riportate in un duello che si svolse l’8 febbraio per difendere il proprio onore e quello della bellissima moglie dalle insinuazioni di infedeltà  alla Čërnaja Rečka a Pietroburgo, dove oggi si trova l’omonima fermata della metropolitana e dove una statua del poeta ricorda l’evento. Puskin, che visse una vita breve ma intensa, si vantava spesso delle sue origini africane. Il suo bisnonno, il futuro generale Abraham Petrovitch Gannibal, da bambino era stato rapito in Camerun, e venduto a Costantinopoli come schiavo a un conte serbo, Sava Vladislavic, che lo aveva portato con sé a San Pietroburgo, alla corte di Pietro il Grande, assicurandogli una raffinatissima educazione.

Per approfondimenti: A Rosicrucian Utopia in Eighteenth-Century Russia. The Masonic Circle of N.I. Novikov, Springer, 2005 di Raffaella Faggionato; La “Dama bruna” di Pushkin e la massoneria settecentesca, di Raffaella Faggionato,  Russica Romana (Vol. VII anno 2000, pg. 49-68); Russia segreta di Roberto La Paglia.



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