Mafia e Massoneria? Che sciocchezza. Parla Antonio Salsone | Il Tempo

«Ancora ricordo quel 7 febbraio 1986, 31 anni fa, quando la ’ndrangheta uccise mio padre  Filippo Salsone a fucilate appena fuori della casa di campagna a Brancaleone. Avevo 14 anni. Lui che era un maresciallo di polizia penitenziaria morì tra le mie mani e anche mio fratello Paolo venne colpito alla testa da un proiettile di  rimbalzo. Si salvò per miracolo. Io avevo 14 anni e la mia vita fu segnata da quel terribile omicidio. Ho avuto una vita difficile finché a 30 anni entrai  nella massoneria, un’associazione culturale e filantropica pulita che mi ha dato forza e conforto e questo oggi posso  rivendicarlo. Lei crede che con un padre ammazzato dalla ’ndrangheta, mentre era a capo delle guardie carcerarie di un penitenziario calabrese, io sarei diventato massone se avessi avuto gli stessi sospetti che certa opinione pubblica mostra di avere?».

È un torrente in piena quando parla, l’avvocato Antonio Salsone, che oggi presiede il collegio delle logge Goi di tutta la Lombardia. Altra terra in cui i pm ritengono che la ’ndrangheta la faccia da padrone dagli anni ’90 in poi. E consegna al “Tempo” un messaggio chiaro e forte da far conoscere idealmente a tutti quei politici che nelle dichiarazioni dimostrano ostilità e sospetto verso la massoneria: «Nella vita, dopo la morte di mio padre, ho avuto una sola luce che mi ha ispirato oltre alla mia forza di volontà e l’ho trovata nel Grande Oriente d’Italia, poi ho avuto la soddisfazione di vedere consegnata nelle mie mani da Napolitano a mio padre la medaglia d’oro al valore civile nel 2010, l’unico della polizia penitenziaria in occasione della sua festa che si è tenuta vicino al Colosseo, e dell’intitolazione nel 2012 del carcere di Palmi alla sua memoria». Suo padre era già stato minacciato prima di quel terribile omicidio? «Lui addirittura, essendo uno intransigente, negli anni ’80 aveva subito le minacce dai brigatisti in carcere e anche una sorta di aggressione da parte della allora nota Barbara Balzarani. Poi, quando andò a lavorare nei penitenziari della Calabria, lì cominciarono i dolori». Cioè? «A Lamezia Terme ci incendiarono la porta di casa. Lui era da poco diventato maresciallo, non c’era abitazione dentro il carcere, e noi eravamo in affitto. In seguito fu a Crotone e poi andammo a Cosenza dove lui di fatto era il vice di Colami, il direttore del carcere ucciso un anno e mezzo prima di mio padre. Anche a Cosenza ebbe problemi ma, soprattutto, il caso nacque a Reggio Calabria e si seppe dopo la sua morte». In che senso? «Dicono che lui si sia messo in contrasto con qualcuno all’interno delle istituzioni carcerarie di Reggio. Un pentito, tale Franco Pino, disse che mio padre era stato ammazzato per dare un segnale dalla cosca di un boss di Africo rivale di quella che faceva riferimento alla famiglia Perna che invece già aveva ucciso il direttore del carcere a Cosenza dove proprio mio padre aveva lavorato fino a qualche tempo prima. Una lotta di potere tra ‘ndrine per il controllo del territorio. Io stesso, per tanti anni, ho chiesto ai magistrati di incontrarmi, da ultimo a Gratteri. Però non ho avuto risposte, mai». Non aveva una scorta suo padre? «Mai, ma non so se l’abbia neanche chiesta». Lei prima di diventare massone non aveva mai dubitato della massoneria, magari leggendo le cose che da anni scrivono i giornali e dichiarano politici e magistrati? «Io ovviamente mai. Diventai massone informandomi prima, ero un laico che credeva nella tradizione secolare di questa grande istituzione associativa. Non posso giurare sull’elenco del telefono, cioè su 23mila persone che nel solo Grande Oriente aderiscono all’obbedienza. Posso dirle che sia in Lombardia, sia in Calabria e persino nella Locride a livello di Gran Maestri ho incontrato solo persone di specchiata onestà, neanche lontanamente sospettabili di complicità con i mafiosi. Potevo iscrivermi al Rotary se avessi pensato il contrario». E della richiesta della Presidente Bindi di avere gli elenchi degli iscritti che ne pensa? «È illogica e la sento persecutoria, ci sono anche tanti preti pedofili ma nessuno ha mai chiesto al Vaticano l’elenco dei nominativi di tutte le diocesi». (Articolo di Dimitri Buffa)

 

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