La Stampa dedica un articolo ai simboli massonici del misterioso quartiere Coppedé di Roma

Omen-Il Presagio”; “Inferno”; “La ragazza che sapeva
troppo”; “L’uccello dalle piume di cristallo”: sono diversi
i film horror a sfondo demoniaco e i gialli che sono
stati girati nel “Quartiere” Coppedé di Roma. L’archeologo Carlo Di
Clemente, presidente dell’Associazione Roming, ha appena compiuto
approfondimenti sui simboli schiettamente massonici di cui sono
affollati i circa 45 tra palazzi, edifici vari e villini disposti intorno al
nucleo centrale di piazza Mincio a Roma nel “vero” quartiere Trieste.
Quando nacque il comprensorio, nei primi anni ’20 da un piano
regolatore del 1909 disegnato sotto il sindaco ebreo e massone Ernesto
Nathan, l’insieme dei palazzi doveva essere destinato alla nuova
borghesia impiegatizia postunitaria, ma, data l’altissima qualità costruttiva e i comfort di cui erano dotati i condomini (termosifoni,
cucine a gas, impianti igenici), gli appartamenti furono accaparrati dalle
classi alte e, tutt’oggi, ospitano in prevalenza studi di affermati
professionisti.
Il suo artefice fu l’architetto quasi certamente massone Gino Coppedé
(1866-1927) proveniente da una famiglia di apprezzati artisti orentini: il
forte legame con la sua città natale spicca dai vari stemmi medicei che
decorano, in modo decisamente inaspettato, il Palazzo degli
Ambasciatori e il Villino delle Fate.

A parte la deliziosa Fontana delle Rane, al centro di Piazza Mincio (una
sorta di rivisitazione in cemento (!) della Fontana delle Tartarughe di
Giacomo della Porta) il “Quartiere” emana inequivocabilmente un che di
luciferino e di corrusco che giustifica la sua scelta come naturale
scenografica per pellicole noir.

Anni fa, prima della sua ripulitura, era ancora più opprimente nel suo
insaziabile agglomerato di stili : Liberty, classico, bizantino, assirobabilonese, medievale, gotico: in breve, supremamente eclettico.
La Vittoria alata – molto aggettante – che spicca dal torrione a sinistra
dell’arcone di entrata voleva signi care la supremazia di una nuova
classe, una nuova borghesia “straniera” rispetto alla Roma dei papi e del
tutto antagonista ad essa.

Nelle architetture sovraccariche, nei dettagli naturalistici manca infatti
la teatrale, festosa solarità del barocco romano, così come le strutture
sono prive di quella olimpica simmetria che nella Città dei Papi rievoca
il rigore razionale romano e l’Ordine del Logos cristiano-cattolico.
Coppedé sceglie invece spesso una strana asimmetria “inversiva”, a
tratti quasi escheriana, densa di stilemi provenienti da civiltà
precristiane e/o mediorientali, egizie, assiro-babilonesi in un coro di
voci disomogenee che pare ripetere all’unisono solamente un “NO”: no
a Cristo, no alla Chiesa di Roma, no alla sua nobiltà (stemmi medicei),
no alle sue tradizioni, tanto che sul Villino delle Fate vi sono paesaggi
orentini e una scritta, “Firenze bella”, che suona proprio come uno
sberleffo.

Del resto, la Massoneria nacque nel 1723 e presto assunse un marcato
carattere antireligioso, anticristiano e anticlericale. Per questo motivo,
nel corso dei secoli si guadagnò ben tre scomuniche in diverse bolle ed
encicliche, ma ciò non le impedì di attingere con estrema dovizia alle
simbologie cattoliche rovesciandone però il signi cato.


Nel quartiere Coppedé questa inversione emerge curiosamente nel caso
di una mattonella a finto mosaico incastonata sulla parete di quello che
oggi è il Liceo “Avogadro”: tre dadi e un gallo che impone la zampa su
un calice. Mentre nella cultura cristiana i tre simboli rimandano alla
Passione di Gesù (i dadi con cui i soldati romani si giocarono la Sua
tunica), alla Risurrezione (gallo come annuncio del sole di Cristo) e al
calice eucaristico, in ottica massonica il dado rappresenta la pietra
squadrata più semplice, quindi il muratore novizio, che raggiunge
l’illuminazione fino a dominare la conoscenza (il Graal).

Molto più evidente è quanto caratterizza il Palazzo del civico 2: una
possente strombatura dorata si dice ispirata alle scene del lm Cabiria
(1914) sormontata da due enormi colonne senza alcuna funzione
statica. Esse rievocano Boaz e Yakin le due colonne di rame del tempio
di Salomone: un simbolo ricorrente nella massoneria e nell’architettura
dei templi delle logge massoniche, secondo una tradizione che viene
fatta risalire alla gura leggendaria all’architetto Hiram Abif che costruì
il tempio per il terzo re di Israele.

Le colonne non sostengono nulla se non due vasi di terracotta, ma non
possono ospitare piante perché irraggiungibili: servono però a
raccogliere la “rugiada massonica”, la sapienza effusa dal cielo dal
Grande Architetto dell’Universo. Proprio su questo elementale
massonico sono nate, in tempi recenti, numerose polemiche per il
cambiamento operato nel messale da Bergoglio dove la tradizionale
formula di consacrazione eucaristica è stata cambiata con: “santi ca
questi doni con la rugiada del tuo Spirito”. (Nel III secolo esisteva una formula simile, ma all’epoca non esisteva ancora una teologia dello
Spirito Santo, quindi in molti si sono chiesti: perché usare il simbolo
antico quando la Persona trinitaria era stata già ben de nita?).
Sempre a proposito del Grande Architetto, esso si ritrova simboleggiato
anche dal nto mosaico con l’aracnide al centro della ragnatela nel
Palazzo di fronte al civico 2, detto appunto “del Ragno”.

In alto, sul corpo centrale della facciata, un affresco dedicato al “Labor”
raf gura un cavallo che trasporta sul dorso un’incudine con appesi alla
gualdrappa due martelli uno da fabbro e uno, non a caso, da muratore.

A Carlo Di Clemente è così tornato in mente il discorso in morte del
massone Giosué Carducci: “…non forse nereggia la presenza del
metallo onde quell’abbattitore sembra aver foggiato le sue scuri per le
sue vendette e quell’aratore i suoi vomeri pei suoi solchi e quell’artiere le
sue incudini e i suoi magli «per l’opra rude»?”.

Se poi si ricorda una delle più note e, per l’epoca scandalose poesie di
Carducci, l’”Inno a Satana”, si comprende meglio il contesto di vibrante
anticlericalismo dell’epoca: “… A te disfrenasi Il verso ardito, Te invoco,
o Satana, del convito. Via l’aspersorio, Prete, e il tuo metro! No, prete,
Satana Non torna in dietro! Vedi: la ruggine Rode a Michele Il brando
mistico, Ed il fedele spennato arcangelo Cade nel vano…”.

Che dire poi del corteo massonico verso Campo dei Fiori che ebbe
luogo a Roma, nel 1889, per l’inaugurazione del monumento a Giordano
Bruno, aperto da due bandiere con l’ef gie del diavolo? Satana era stato
scelto come simbolo di ribellione razionalista alle “superstizioni”
cattoliche.

Solo entrando in questa atmosfera di violento antagonismo con la
Chiesa si comprende l’interminabile quantità di simboli esoterici
presenti nel quartiere Coppedé. La nave, affrescata sul villino delle Fate,
non evoca il viaggio cristiano verso l’eternità attraverso i utti della vita
terrena, bensì il viaggio verso la conoscenza, tanto che appunto la sede
del Grande Oriente d’Italia si trova nella Villa del Vascello a Roma.
Presente in ogni dove, poi, l’aquila, uccello che vola sopra tutti gli altri
animali e tutto vede e tutto sa. La lucertola è segno di rigenerazione,
mentre la rana della fontana rappresenta i vari stadi del percorso
iniziatico (uovo, girino, an bio); la chiocciola, simbolo di eterno ritorno
è anche un riferimento alla tipica scala rotante che l’iniziato deve salire
nel secondo grado di apprendistato.

Poi vi è la catena, metafora della Fratellanza universale; l’ape, allegoria
dell’operosità, il grappolo d’uva, il melograno e così via per centinaia di
simboli.

L’ultima ambiguità riguarda un’icona con una statua – apparentemente
-della Madonna. In cemento, di squisita fattura, rappresenta una sorta
di dama quattrocentesca, priva di aureola, nell’atto di protendere verso
il basso un bambino con le braccia allargate. Un’iconografia del tutto
inedita che, alchemicamente, lasciamo a voi lettori interpretare. (di Andrea Cionci)

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2 commenti a “La Stampa dedica un articolo ai simboli massonici del misterioso quartiere Coppedé di Roma

  1. Lavoro interessante ed impegnato. Tuttavia, alcune considerazioni sul rapporto con la Chiesa cattolica sono datate ,forse, superate.

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