La complessità umana di Armando Corona/Fondazione Sardinia Blog, Persone, Storia della Sardegna

La complessità umana di Armando Corona, protagonista della vita pubblica e democratica della Sardegna del Novecento, di Gianfranco Murtas
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… Era invece, Armando Corona, un uomo davvero complesso, contraddittorio come tutti siamo – ciascuno nella sua misura – contraddittori, uomo di enormi riserve e potenzialità, di importanti realizzazioni e anche, talvolta, di insufficiente prudenza nella selezione dell’agenda e delle interlocuzioni….

 

 

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La complessità umana di Armando Corona, protagonista della vita pubblica e democratica della Sardegna del Novecento, di Gianfranco Murtas

Come già annunciato, si è svolto sabato scorso 16 dicembre, nell’aula magna dell’università di Sassari, un affollato convegno (almeno trecento i partecipanti) sulla figura umana e pubblica di Armando Corona, notissimo gran maestro della massoneria di Palazzo Giustiniani fra il 1982 ed il 1990, e già prima esponente di primo piano della politica regionale (nel PSd’A prima, nel PRI successivamente).
Il convegno, promosso dalla loggia sassarese Goffredo Mameli n. 1192 – una loggia costituitasi una quindicina d’anni fa (esattamente nel 2003) recuperando il titolo distintivo della prima officina liberomuratoria e di ritualità scozzese della piazza, che aveva visto la luce nel 1867 e s’era segnalata a livello nazionale per il suo acceso anticlericalismo tutto risorgimentale – ha inteso, attraverso varie testimonianze, cogliere aspetti diversi della complessa personalità di Corona.
Pietro Soddu, in particolare, ha disegnato un ritratto di Corona come uomo di pazienti mediazioni politiche, nella seconda metà degli anni ’70, in vista di dar vita a quella unità autonomistica che avrebbe dovuto rafforzare la potenza negoziale della Sardegna nei confronti degli organi centrali dello Stato, dal parlamento al governo. Importante, nel suo appassionato e lucidissimo (e applauditissimo) discorso che si è aperto al confronto fra la politica “di parola” di ieri e quella soltanto gridata di oggi, tutta impostata su slogan e l’inascolto dell’altro, il rimando, da parte dell’ex presidente della Regione, al “trinomio” Democrazia-Autonomia-Rinascita che, al di là dello schieramento di appartenenza, univa un ceto politico davvero non indegno. Cenni a un tale impegno del leader repubblicano ha offerto anche, nel suo intervento di saluto, il presidente del Consiglio regionale, Gianfranco Ganau, che ha dato conto dell’autorevolezza del suo predecessore, “arbitro” istituzionale del confronto politico isolano nel biennio 1979-1981.
Sergio Vacca, commercialista di lunga e nota carriera, consulente di Corona “imprenditore”, ha offerto qualche gustosa testimonianza, ovviamente nel rispetto del segreto professionale, circa questo aspetto più chiacchierato che conosciuto di Corona operatore economico. Ha parlato di Corona editore della emittente televisiva Sardegna Uno (con Ragazzo e Zuncheddu, negli anni ’80) e di Corona coinvolto, dopo il crollo della SIR, al tempo proprietaria della spa Cagliari calcio, nel rilevamento (poi fallito a vantaggio di Alvaro Amarugi) delle quote di capitale sociale onde salvare e rilanciare la squadra, messa allora in pericolo dalle disavventure finanziarie della petrolchimica.
Breve ma efficace anche l’intervento di Giovanni Spiga, Venerabile della loggia che a Corona è stata intitolata, ora sono soltanto due anni, a Cagliari: il rapporto fra i valori della sardità e quelli propri dell’umanesimo “senza frontiere”, tanto più nel tempo che viviamo esposto a dolorose cadute di senso e di passione civile, costituiscono il patrimonio ideale in cui – egli ha dichiarato – la giovane compagine massonica intende muoversi. (E s’è appreso che proprio ieri, nel tempio sassarese di Palazzo Tola, il Gran Maestro Bisi presente in città e al convegno ha voluto iniziare un giovanissimo professionista cagliaritano, quasi a voler anche idealmente, e sentimentalmente, gemellare Cagliari e Sassari città sorelle e mai rivali).
Ampio e porto con un eloquio “temperato” il discorso finale di Stefano Bisi che, onorando la memoria di Armando Corona, ha proposto un qualche parallelo fra le difficoltà da lui vissute nel post-Gelli e quelle dell’ora presente. Il riferimento era alla tempesta vissuta dal Grande Oriente d’Italia (e da tutto il composito mondo liberomuratorio nazionale), costretto da vicende malavitose registratesi nel sud Italia a giustificare o certificare alla commissione antimafia – quella presieduta dall’on. Bindi – la propria piena estraneità anche subendo interventi coattivi che offendono e restringono la libertà d’associazione garantita dalla Costituzione. Nuovamente qui vale il richiamo al sequestro delle liste degli aderenti all’Obbedienza massonica, che dovrebbero essere e restare riservati, salvo ovviamente ogni accesso, deliberato dalla magistratura e dalla stessa commissione parlamentare ed eseguito dalla forza pubblica, onde verificare lo stato associativo di eventuali indagati o inquisiti.
Ha tenuto il controllo organizzativo, proponendo anche una sua testimonianza personale su Armando Corona, Gian Carlo Lucchi, Venerabile della loggia Goffredo Mameli. Assai gradito il saluto portato, in apertura, dal magnifico rettore dell’ateneo, Massimo Carpinelli, che ha assistito allo svolgimento dell’intera seduta. (Invero non avevano granché motivo di essere certe riserve della vigilia circa la location dell’evento: altre volte l’aula magna dell’ateneo sassarese ha ospitato dibattiti sulla Massoneria nazionale, i suoi valori e i suoi protagonisti).
I giornali hanno riferito, a poche ore dall’incontro, nelle edizioni di domenica 17, brevi cronache. Piuttosto sballati diversi passaggi dell’articolo uscito sulla Nuova Sardegna (dimostrazione ennesima del pressapochismo di cronisti mandati a trattare materie sconosciute); flash piuttosto banali quelli dell’Unione Sarda, con richiami a battute affrettate del Gran Maestro Bisi condite per puro riempitivo di una pagina pubblicitaria, fra un apparecchio acustico, una pelliccia permutabile e il programma del prossimo cenone).
Davvero vien da pensare con malinconia infinita al giornalismo d’una volta, ma non di cento anni fa, di dieci o venti soltanto: dei Vittorino Fiori e dei Vindice Ribichesu, degli Alberto Rodriguez e dei Gianni Massa, dei Fabio Maria Crivelli, dei Gianni Filippini, e più in là, degli Aldo Cesaraccio e degli Arnaldo Satta Branca, degli Angelo De Murtas…
Qui appresso riproduco il testo della mia relazione biografica.

Per creare stagioni nuove, non senza sbagli, ma con convinzione e tenacia
Medico per vocazione precoce, esponente della politica e delle istituzioni autonomistiche, artiere della fratellanza liberomuratoria: ecco Armando Corona che ha vissuto il tempo del nostro stesso mondo dal 1921 al 2009, nascendo e morendo lo stesso giorno del calendario, il 3 aprile.
La prima gran loggia che egli presiedette, nella primavera del 1983, fu a Montecatini, per onorare la memoria grande di Giovanni Amendola, massone e democratico assassinato dai fascisti violenti nel 1926. Giovanissimo ma già introdotto anch’io in attività professionali, politiche, associative e di ricerca e scrittura, fui ospite di quell’assemblea tanto emotivamente impegnativa, portato e accompagnato dalla delegazione sarda. Il messaggio del nuovo gran maestro sembrava chiaro: la Massoneria giustinianea – società ecumenica da quasi, allora, trecento anni – radicava il suo impianto ideale nel campo largo della democrazia e, data l’esperienza storica nostra, dell’antifascismo.
Essa, in quanto Comunione umanistica, veniva dalle persecuzioni che erano state clericali prima – e fu Giorgio Asproni con la sua campagna nazionale post-esecuzione di Monti e Tognetti ad impedire a Pio IX altre ennesime decapitazioni alla ghigliottina – e furono fasciste dopo. Allora, proprio in quei primi anni della gran maestranza Corona, si organizzarono convegni di studio e furono pubblicati, da storici come Mola o Santi Fedele (prorettore a Messina e massonologo fra i maggiori contemporanei anche lui) ed altri ancora, in volume, in diversi volumi, i documenti dell’esilio ventennale dei gran maestri in terra di Francia, un esilio condiviso con il nostro Lussu e quant’altri democratici italiani dovettero espatriare. Erano stati in successione i gran maestri o sovrani scozzesi Giuseppe Leti, Giuseppe Meoni, Eugenio Chiesa, Arturo Labriola, Alessandro Tedeschi, il quale la sua carriera universitaria l’aveva cominciata a Cagliari, alla fine dell’Ottocento, prima di trasferirsi in Argentina e lì lavorare a lungo all’organizzazione della rete sanitaria pubblica, fino appunto a raccogliere il Supremo Maglietto giustinianeo ed anche organizzare, nel giugno 1937, a Parigi, il congresso della Massonerie perseguitate.
Da anni in molte nazioni del continente, tanto ad est quanto ad ovest, poi anche in Spagna in cui si arrivò dai falangisti del generalissimo Franco ai grandi numeri della decimazione, le biblioteche delle logge erano state già assalite e bruciate, e alle prime vittime si erano aggiunte le centinaia di vittime. In un campo di concentramento tedesco erano stati segregati il gran maestro di Germania Bordes e il Venerabile della più antica loggia di Amburgo.
Quel congresso delle Massonerie perseguitate si concluse col mesto pellegrinaggio delle rappresentanze internazionali al monumento garibaldino di Place Cambronne ed ai sepolcri parigini di Filippo Turati, Claudio Treves, Piero Gobetti e anche dei fratelli Rosselli – di terra appena smossa, quest’ultimo.
In Italia, dove fra i saccheggi ripetuti dei Templi si contavano pure gli aggrediti, e a Firenze anche i morti, il primo punito era stato il gran maestro in carica nel 1925, Domizio Torrigiani, assegnato al confino di Lipari proprio in contemporanea ad Emilio Lussu; prima di essere liberato, ormai cieco, e soltanto per morire, egli aveva trascorso un anno anche a Ponza, dove aveva fondato una loggia clandestina, la Carlo Pisacane, affidata a Placido Martini, il Venerabile destinato alle Fosse Ardeatine nel 1944.
Cagliari aveva pagato anch’essa il suo prezzo alla prepotenza fascista, il suo Tempio massonico era stato perquisito e sequestrati i suoi beni. Operò da allora in città, fino al 1929, per quattro anni cioè, una massoneria resistente, clandestina, ed Alberto Silicani – che avrebbe copresieduto un giorno l’iniziazione di Armando Corona – ne era stato testimone e protagonista, dopo il licenziamento dalla redazione dell’Unione Sarda e la precarietà professionale cui era stato da allora costretto. Sovente perquisito nella sua abitazione, conservava gli appunti più preziosi nascosti nei bordi della copertina della sua bibbia evangelico-battista.

Armando Corona non è stato soltanto gran maestro, è stato molte altre cose. Ma forse in quel ruolo apicale dell’Obbedienza liberomuratoria avvertiva uno speciale dovere morale, quello di onorare con tutte le sue forze tanta tradizione.
Ebbe le sue cadute, forse neppure di tutte ebbe chiara percezione forse anche per difetto di chi lo assisteva e doveva assicurargli sempre una collaborazione, per statuto, tanto leale quanto critica. Perché nel mix di critica e comunione splende l’amicizia vera fra le persone di qualità. Ma con le cadute c’erano anche, ed assai più rilevanti, gli avanzamenti: e gliene hanno dato atto, al momento fatale, i pur numerosi suoi avversari ideali o d’occasione che ne avevano conosciuto non soltanto la scorza o la pelle ma l’intimo veritiero.
Egli ha vissuto da protagonista una stagione importante della vita pubblica italiana e sarda, e oltre la militanza massonica, e anzi prima ancora d’essa, sono state la professione medica e la politica di partito ed istituzionale le aree di lavoro che ne hanno caratterizzato l’impegno, la fatica realizzativa. Esse oggi sono a noi presenti al fine, se ci riusciamo, di attraversare la sua complessa biografia.

Chissà quali scene, e con quale intensità, negli ultimi suoi istanti di coscienza – dopo anche tanta malattia e tanta sofferenza – si saranno presentate a lui come di vita vissuta e insieme di consuntivo morale: le radici familiari fra Ogliastra e Sarrabus (nipote di vescovo, figlio di anarchico), l’abito di fratino nel convento francescano di Bonorva, l’azione cattolica dai padri predicatori, i domenicani cagliaritani di Villanova cioè, la delega al gruppo sportivo e alla docenza giovanile dell’arte della bicicletta, gli studi liceali – dettorino – e universitari nel capoluogo negli anni che preparavano alla guerra e poi in essa affogavano drammaticamente, la laurea nel 1946 dopo tanto studio notturno e forsennato con l’amico di sempre Tonino Usala – a cena uova e basta, nella casa di via 20 Settembre, a ripetere il capitolo l’uno all’altro tutto in sardo –, la prima esercitazione professionale a Villaputzu e la conquista nel ’47 della condotta di Senis, e di Ales nel ‘55, l’umanità rurale (quella dei coltivatori diretti privi ancora di una cassa mutua) fra la quale esercitò la professione e modellò una personalità già entrata nell’età adulta con il matrimonio e la paternità replicata e sempre nuova, com’è in ogni autentica famiglia in boccio e aperta al domani: nella Sardegna povera in anni che sarebbero stati chiamati della ricostruzione. Una lenta, progressiva agiatezza conquistata e che sarebbe stata raccontata più volte nelle sue singolari modalità formative, con abilità e anche fortuna.
La militanza politica sardista in Marmilla, non soltanto in paese ma nel circondario, e poi a Cagliari, quelle prime candidature che servivano a misurare anche il grado empatico che sapeva o non sapeva sviluppare con i suoi pazienti di condotta e con le cerchie crescenti entrate nelle consuetudini amicali, la prima elezione al Consiglio provinciale – da direttore provinciale sardista – alla fine del ’64 e la guida sessennale dell’assessorato alla assistenza psichiatrica, la rottura traumatica ma non improvvisa nel Partito Sardo d’Azione per la questione del nazionalitarismo pur soltanto affacciato nel deliberato congressuale del 1968, la prima elezione al Consiglio regionale – finalmente legislatore dell’autonomia dal giugno 1969.
Flash di vita vissuta: sarà riapparsa magari, negli ultimi suoi attimi di coscienza, la scena dell’iniziazione massonica – officiante il Venerabile Tiberio Pintor, figlio di massone socialista e, come il padre, anche lui uomo di scuola – il 23 ottobre 1969, nella loggia sulcitana Giovanni Mori. Oppure saranno riapparse le scene di quanto – nel lungo film pubblico – sarebbe venuto dopo, tutto esposto alla ribalta, ancor più esposto al consenso e al dissenso, al giudizio di tutti, della pubblica opinione, della stampa, dei poteri civili importanti della società regionale.
L’ingresso nel Partito Repubblicano Italiano – quello dell’edera mazziniana, l’edera della Giovine Europa a voler richiamare, nella sua tripartizione, l’associazione risorgimentale nel continente fra la Giovine Italia, la Giovine Germania e la Giovine Polonia – e, presto, la segreteria regionale del partito il quale ancora viveva e gustava quanto il predecessore Bruno Josto Anedda – il compianto giornalista RAI e collaboratore della facoltà di Scienze politiche – aveva donato ad esso e alla comunità degli studi, il monumentale Diario politico e parlamentare di Giorgio Asproni cioè. Quella sede di partito era sembrata per qualche tempo una succursale universitaria, con il rettore Boscolo e i professori Del Piano, o Tito Orrù, o Neppi Modona, o Capurso ecc. a far lezione lì di storia sarda e di istituzioni politiche…
Con la responsabilità professionale della direzione sanitaria e della gestione amministrativa della casa di cura Villa Verde, lungo quasi un decennio e fonte certamente di nuove relazioni con sviluppi – perché negarlo? – anche elettorali, marciava l’esperienza politica e di pari passo quella massonica. Certo furono impegni, quelli, che non potrebbero non aver lasciato anch’essi un’impronta decisiva nella memoria dell’uomo al suo consuntivo di vita.
Fu intanto Dignitario e Venerabile – successore di una personalità eccellente come era stata quella di Mario Giglio – della loggia cagliaritana, la Hiram, in cui da Carbonia si era trasferito. Con quell’incarico la presidenza regionale dei Venerabili, e da quella presidenza il balzo nazionale nella commissione elettorale del 1978 per l’elezione post-Salvini, e poi l’ufficio di primo presidente della Corte Centrale, la Cassazione del Grande Oriente d’Italia.
A Cagliari, l’esperienza di assessore regionale agli Affari generali e riforma della Regione, dopo quella bruciata dalla mancata fiducia dell’assemblea (a scrutinio segreto), nell’autunno 1972, alla giunta Spano (doveva essere sua la competenza agli Enti locali): qui funzionava invece la giunta Soddu e il quadro era quello della unità autonomistica, con i comunisti “sdoganati” in primo luogo proprio da lui, non con le contrattazioni sottobanco come era avvenuto in una stagione precedente, assembleare e non commendevole, della politica regionale.
Altre istantanee: nel 1979, al terzo mandato consiliare, la presidenza dell’Assemblea protratta per quasi due anni ed infine spontaneamente lasciata. Il “caso” della SIR e, collegato ad esso, quello della Nuova Sardegna che giustamente si volle salvare dal fallimento della società proprietaria. La successiva commissione d’indagine consiliare – presidenza Cogodi – con una ipotesi di reato politico: abuso di potere, per una lettera inviata all’editore Caracciolo circa la proroga di otto mesi della custodia in portafoglio del 48 per cento del pacchetto azionario, data la mancata costituzione della cordata di imprenditori sardi interessati a rilevarlo; le ragioni e le giustificazioni, le contestazioni, direi anche le umiliazioni, e in contemporanea l’elezione alla carica granmagistrale del Grande Oriente Italia ancora sedente a Palazzo Giustiniani, nel marzo 1982. I passi falsi allora, le imprudenze, i contatti sia pure soltanto superficiali con il banchiere Calvi, quegli altri con Carboni e altri ancora non compresi e non giustificati da chi pure incoraggiava, fiducioso e amico, il nuovo corso. Il rischio di bruciare in fretta un patrimonio di credibilità conquistato nel tempo.
Con quelle glorie e quelle cadute quanto meno d’immagine, sulla scena nazionale – già esaurito il mandato anche nella cosegreteria repubblicana, in costanza di presidenza Spadolini a Palazzo Chigi, e seguito alla propria prolungata presidenza del Collegio nazionale dei probiviri del PRI, a contatto diretto quindi con realtà regionali molto differenziate dalla Sicilia al Piemonte – ecco forzature e appannamenti anche nella politica regionale, per responsabilità reali o soltanto supposte: a parte
l’imputazione, tutta da verificare nella sua sostenibilità ma martellante, sull’affare Nuova Sardegna/Caracciolo – e senza però che nessuno proponesse alternative di contenuto risolutivo né scorgesse una sostanza vera nell’ipotizzato abuso di potere –, ecco l’astensione prolungata dai lavori del Consiglio e la sollecitazione insistita della dirigenza repubblicana per una scelta, libera ma chiara e ferma, fra la ripresa del lavoro in assemblea e commissione o la rinuncia al mandato. I frizzi quotidiani sulla stampa, nelle collezioni dei giornali cento e più gli articoli su una disamistade penosa, credo penosa per tutte le parti, trascinata per due anni interi. Non mancarono, nella tenzone, gli strumenti i più sbagliati, comprese le gazzettiere da taluno ritenute perfino al soldo, anche qui a Sassari, che entrarono in partita e tanto enfatizzando con sgrammaticature dialettiche da finire per abbattere ogni residuo spirito di conciliazione comunque nel segno della politica, che – va sempre ricordato – è servizio all’interesse generale.
E di più: una minoranza di storia nobile, che non poteva vivere che di credibilità propria, esposta al rischio di perdersi per uno sguardo tutto concentrato sul presente senza più capacità di prospettiva e sempre nell’interesse generale. L’accusa finale di un intervento dispettoso per la modifica della legge elettorale – votata nottetempo – e demolitiva di quella promossa proprio da lui stesso nel 1979, per il recupero dei resti nel collegio regionale, santo salvavita delle minoranze. Pagine ancora da esplorare.
Poi, dall’84, il respiro finalmente, con la fine dell’attività politica militante per esaurimento della legislatura, e l’attenzione pressoché esclusiva – con un “pressoché” invero abbondante, ché non mancheranno ancora gli interessamenti – alle cose del Grande Oriente: per la riforma costituzionale, le aperture convegnistiche nella logica sempre più della trasparenza, l’amalgama fra le circoscrizioni. Nel 1985 la conferma nel mandato granmagistrale – sola conferma possibile ma quinquennale – e i contatti crescenti con le Obbedienze estere, animando il mobile raggio comunitario, le relazioni con Grandi Logge o i Grandi Orienti d’Europa cioè, in vista di costituire una specie rete d’equilibrio continentale con la potenza di tradizione inglese. Il trasferimento da Palazzo Giustiniani a Villa il Vascello, con tanta storia risorgimentale alle spalle, sul Gianicolo. Il fortunato rinvenimento – grazia per gli studiosi – dei libri matricola portanti ben 70mila nomi di iniziati almeno dagli anni ’70 dell’Ottocento – quelli intorno all’evento di Porta Pia – fino alla vigilia della dittatura.
Nel 1990 il passaggio di Maglietto a Giuliano Di Bernardo, l’appoggio al nuovo Magister Marximus nella convinzione – smentita dai fatti – di uno spazio operativo a lui ancora riservato, tanto più nella coltivazione delle relazioni estere.
L’ingarbuglio di certe situazioni non monitorate e non sanzionate, alla bisogna, in talune regioni meridionali, l’inchiesta Cordova con le sue generalizzazioni, la denuncia e la fuga di Di Bernardo con lo spregiudicato intervento sul vertice massonico inglese per il trasferimento del riconoscimento protocollare dal GOI alla Gran Loggia Regolare d’Italia (peraltro anch’essa destinata ad essere presto abbandonata dal leader costruttore): ecco nuove scene cariche di altra e alta emotività, e per lui, per il gran maestro emerito, anche personalmente gravose non foss’altro che per i falsi prodotti, con la sua firma adulterata, e consegnati – onde indirizzarne le decisioni – alla Gran Loggia di Londra, su materie critiche di stretta pertinenza iniziatica, afferente cioè la natura prima dell’ordine massonico: mi riferisco in particolare alla iniziazione femminile e dunque alle logge miste, soluzione sempre esclusa dal circuito regolare internazionale.
Il caos obbedienziale fino alla elezione del nuovo gran maestro Virgilio Gaito, e in Sardegna il replay, ma aggravato, della situazione del 1986 – quella provocata dal sindaco di Cagliari De Magistris e dalle sue allusioni a improprie e inaccettabili, ma indimostrate, manovre ostili al buon governo della Municipalità: la pubblicazione delle liste degli appartenenti alle logge sarde, e liste diversamente aggiornate per l’ostensione impudica da parte della Nuova Sardegna e da parte dell’Unione Sarda, perché diversa era la provenienza, quella sì drammaticamente fuori sistema: dalla procura di Palmi del giudice Cordova e dalla commissione Antimafia presieduta dall’on. Violante.
I giornali che per giorni e giorni fino a fare il mese pieno gonfiano le vendite con pezzi tutti o quasi di fattura modestissima per incompetenza totale – fra i pochi nell’eccezione qualitativa direi, a firma del compianto Giorgio Melis, il paginone centrale della Nuova dal titolo leggero e gustoso di “Il gran re dei massoni e i mille della loggia nuragica” (5 novembre 1993).
Fra i crolli partitici della prima Repubblica e le fatiche edificatorie della seconda, un tentativo – giusto nel 1992 – di una candidatura, per lui, per il gran maestro emerito, impossibile perché assolutamente trasformistica, al Senato, unificando per una volta sardisti e repubblicani invece lontani e lontanissimi, per la scelta nazionalitaria e indipendentista dei Quattro Mori, ormai da un quarto di secolo; non potendo qui valere la storica prossimità del Partito Sardo d’Azione alla Massoneria, così fin dagli anni ’20.
Due anni dopo, nella terribile vacanza di autorevolezza politica dei partiti costituzionali, ecco affacciare quella sorta di vicinanza preferenziale alla formazione la più lontana, per idealità e anche per rigore di costume interno, dal PRI lamalfiano e spadoliniano, intendo Forza Italia, e a una coalizione che offre ministri teorizzatori del panregionalismo, della Padania altra dall’Italia, del tricolore relegato nella umiliazione più volgare, ed altri epigoni ideali di stagioni per fortuna irripetibili.
Storia di pochi anni, poi delusioni e distanziamenti. E in quel contesto, ma per marcare le ipocrisie ravvisate, a torto o a ragione, negli schieramenti del j’accuse sempre pronto nei suoi confronti e nei confronti della Libera Muratoria isolana – PDS e Patto Segni innanzi a tutti –, ecco le lenzuolate offerte all’Unione Sarda per dire e documentare quanto fossero interne alla lottizzazione pubblica quelle forze che rivendicavano a sé verginità riformatrici.
Nel 1998 l’accostamento a Francesco Cossiga e al suo UDR con una microformazione detta di Unità Repubblicana.
Ma intanto il dolore grande – così nel 1995 – di una quiescenza imposta dal vertice obbedienziale in ottemperanza a un accordo firmato dal nuovo gran maestro Gaito e dal prefetto Parisi, capo della polizia di Stato: sarebbe bastato un avviso di garanzia per far scattare in automatico la sospensione di un aderente al Grande Oriente d’Italia. Doloroso pedaggio pagato al bisogno di recupero di credibilità pubblica di una Obbedienza storica rivelatasi però, in alcune sue stagioni, incapace di una griglia selettiva quanto serviva nelle complessità chiaroscure soprattutto della Calabria e della Sicilia ma poi anche di altre parti d’Italia.
Quante interviste libere, quante conferenze organizzate qua e là. Ce n’era stata una, di conferenza o tavola rotonda cui egli aveva presenziato, già nelle funzioni onorifiche di emerito. Era stato il 15 marzo 1993, dove? a Sassari, in questa aula magna, presente il rettore Palmieri e il prorettore Paglietti, presenti due dei maggiori massonologi italiani, il professor Mola e don Rosario Esposito, paolino. Moderatore nientemeno che l’avv. Giuseppe Melis Bassu. Titolo della tornata di dibattito: “La libertà d’associazione: il caso della Massoneria”, il patrocinio quello del club UNESCO.
Nell’età avanzante sempre più, nelle crescenti difficoltà della salute, il sogno di Armando Corona di un recupero di relazione e di presenza nel mondo massonico. Irrealizzato quello del ripristino di un rango tutto suo nel Grande Oriente d’Italia, ecco la “rete” incongrua di un’altra Obbedienza e la triste consegna di un uomo di gran valore, ormai più che ottuagenario ed infermo, a chi, per conquistarselo tutto, lo fa Sovrano d’un rito che egli – in quanto gran maestro del GOI – s’era sempre fatto vanto di non aver avvicinato né nella sua genealogia massonica né nelle sue ambizioni d’ogni specie: non certo per supponenza (ché anzi con i Riti – una sorta di scuola di specializzazione filosofica per i Maestri della loggia, con libertà di domanda e assunzioni però discrezionali – aveva firmato vari protocolli da gran maestro) ma perché, personalmente, si sentiva pago delle suggestioni formative proprie della Massoneria azzurra, quelle della piccola simbolica piramide. E di più, in quella ultima sua tremenda stagione: affiancato a chi o da chi – parlando anche per lui – tesseva le lodi di un eterno Licio Gelli, così volgarmente misconoscendo tutta l’opera di bonifica compiuta negli anni remoti di governo dell’Ordine.

Vado alla conclusione. Non so se si possa davvero storicizzare una qualche personalità che ci abbia lasciato soltanto da pochi anni. Forse no. Può però compiersi uno sforzo di oggettivizzazione, ballando fra il dovere della lucidità e dell’imparzialità descrittiva e, come nel mio caso e con riguardo speciale ad Armandino Corona, il senso o il trasporto della testimonianza per una consuetudine che, seppure per blocchi temporali e in forme diverse, è durata quasi quarant’anni. Cominciando nelle sale di partito ai primi del 1971, quando egli e il movimento sardo-autonomista confluirono nel Partito Repubblicano Italiano, alla cui federazione giovanile io aderivo già da qualche mese.
Do onore al Grande Oriente d’Italia, e per esso alla Fratellanza liberomuratoria sarda e cagliaritana in particolare, per la volontà, espressa chiara e nobile, di accogliere in camera ardente la salma del suo gran maestro nell’ottennio 1982-1990, quando si diffuse la notizia dolorosa della sua morte, del suo passaggio all’Oriente Eterno. Ciò, nonostante le vicende ultime e le rotture.
Ogni volta che il mio Archivio storico generale della Massoneria sarda, che pure ha respiro interobbedienziale, promuove i percorsi cimiteriali guidati, la tappa davanti alla sua tomba al civico di San Michele, e l’indugio per la lettura dei tratti biografici essenziali e magari qualche testimonianza personale, è impegno gradito e sentito come una necessità.
Quel che mi è importato e m’importa è evitare celebrazioni o agiografie, ma dare riconoscimento di valore e nobiltà nelle sintesi complessive, che assorbono anche le cadute – o quelle che noi riteniamo tali –, perché non è un santo che noi dobbiamo accostare; non è un santo come con tentazione acritica qualcuno, in tempi passati, mi è parso avesse inteso materializzarlo, traendolo dalle complessità delle fatiche della vita, così come certissimamente non era quel belzebù che, con dileggio ideologico strisciante e qualche volta anche gridato, altri hanno, per contro, disegnato sui giornali o nei passaparola da perditempo. Era invece, Armando Corona, un uomo davvero complesso, contraddittorio come tutti siamo – ciascuno nella sua misura – contraddittori, uomo di enormi riserve e potenzialità, di importanti realizzazioni e anche, talvolta, di insufficiente prudenza nella selezione dell’agenda e delle interlocuzioni.
Fu capace di una certa visionarietà, cioè di prospettazioni di nuove stagioni così nella professione – una pagina tutta da studiare sarebbe il mix dell’assistenza sanitaria fra pubblico e privato come s’è compiuto nell’Isola per lunghi decenni – così come nella politica – si pensi soltanto, dopo che alla separazione da certo nazionalitarismo da brividi nel campo sardista, alla tessitura delle intese per l’unità autonomistica, per meglio equilibrare, nel negoziato con i poteri centrali dello Stato, la forza contrattuale della Sardegna – ed anche nel governo massonico del drammatico post-Gelli, combattendo quel piduismo che compromissioni di vertice ebbe nel Grande Oriente d’Italia. Seppe catalizzare o canalizzare attorno a sé molte intelligenze, molti talenti. Non valutò a sufficienza invece, in più occasioni, come una tempistica sbagliata ma soprattutto l’improvvido accostamento a elementi di dubbia onorabilità potesse compromettere il risultato della stessa sua opera faticata.
Il suo più è stato, al netto di tutto, nel meglio. E questa è la mia firma.



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