«Una fiaba filosofica, un rito di iniziazione che ha le sue radici nella cultura illuminista di fine Settecento»
Dialogo con Vittorio Sabadin Simboli e misteri nell’ultima opera giornalista e musicologo composta insieme al Requiem Il flauto magico di Mozart e i suoi segreti nascosti
di Donatella Borghesi
Accademia del libro invita domani alle ore 18 alla biblioteca comunale di storia dell’arte di Montemerano ad assistere alla conversazione “Dal buio la luce. Il Flauto magico di Mozart e i suoi segreti nascosti” con Vittorio Sabadin, giornalista e musicologo. Per dare la misura dell’importanza de Il flauto magico di Wolfgang Amadeus Mozart, l’ultima opera composta, insieme al Requiem, prima della morte prematura, è il dato che è la seconda opera lirica più rappresentata al mondo (al primo posto c’è sempre Puccini). Nonostante lo spunto fosse stato un libretto non eccelso, scritto da Emanuel Schikaneder, che si rifaceva alla tradizione viennese del “singspiel”, un’alternanza di cantato e recitativo, l’opera ha assunto — grazie allo straordinario lavoro di revisione e di interpretazione di Mozart — un significato che andava oltre il successo popolare del plot narrativo, caratterizzato dal doppio registro drammatico e comico, le tenebre della Regina della Notte e la coppia di Papageno/Papagena. E un’opera anomala che ha avuto grande fortuna, e che continua a creare interesse e suggestioni, tanto che molti registi contemporanei ci si misurano in modo creativo e provocatorio, intrecciandola a temi di attualità. «In realtà, l’opera di Mozart non è un’opera buffa ma una fiaba filosofica, un rito di iniziazione che ha le sue radici nella cultura illuminista di fine Settecento», dice il giornalista e musicologo Vittorio Sabadin, che porta il suo amore per l’opera lirica tra gli studenti nei percorsi di ascolto che tiene da molti anni al teatro Regio di Torino. Vittorio Sabadin, domani all’Accademia del libro — Biblioteca comunale di storia dell’arte di Montemerano, ci aiuterà a scoprire tutta la simbologia e i significati nascosti di Il flauto magico, con l’aiuto di brani del film del 1975 di Ingmar Bergman. Prima di girare il suo film, il regista volle parlare con l’orchestra: «Non ho niente da consigliarvi su come suonare, ma voglio dirvi questo: ricordatevi, Mozart ha composto questo capolavoro poche settimane prima di morire. E un uomo che sta morendo non può mentire». Sabadin, nel suo lavoro con i giovani II flauto magico è uno dei suoi titoli preferiti. Perché? «Oltre alla musica bellissima e inarrivabile, ovviamente, offre ai ragazzi un mito fondante di ogni cultura, quello dei riti di iniziazione. Il principe Taurino, che vediamo nella prima scena svenire dalla paura, è inseguito da un drago. Ma la sua faretra è vuota, non ha più frecce. E disarmato come vuole la ritualità massonica, una componente importante del pensiero illuminista, che si fonda sulla ragione contro la superstizione e il dispotismo, e che ha dato vita all’epoca moderna. Il protagonista dell’opera, il giovane Tamino, non conosce il pericolo, non ha ancora conquistato la saggezza, e non sa cos’è l’amore. Capisce che il pericolo è dentro di sé, ma ha esaurito le risorse interiori. E il disincanto della modernità, l’uomo è questa notte, diceva Hegel, un puro Sé. Non siamo più i padroni della luce, dobbiamo conquistarla, esserne abitati dall’interno. E così che Tamino con l’aiuto del flauto magico riesce a superare le prove iniziatiche: prima il silenzio, poi l’aria, il fuoco, l’acqua, sapendo che la realtà non è quella che appare. L’opera è piena di simbologie massoniche ed esoteriche: i cinque accordi della famosa ouverture, il tre che ritorna nel numero delle damigelle, dei geni, degli schiavi, dei templi—Natura, Ragione e Saggezza, i tre livelli della conoscenza — dei fanciulli che fanno da guida. Il rito di iniziazione della nascente società borghese è tutto un gioco di specchi, di simmetrie e di sdoppiamenti». Molti hanno visto nell’opera di Mozart un elemento anticlericale. «Certamente, la massoneria era molto osteggiata dalla Chiesa, e Mozart ricambia. Il personaggio di Monostatos, sorvegliante del tempio di Sarastro e carceriere di Pamina, è nel testo originale un nero, un Moro. Pamina lo rifiuta, non lo vuole perché è ricoperto di nero… il riferimento all’abito ecclesiastico è evidente, così come è evidente la critica di stampo illuminista». Lei vede un’analogia con Dante. Un azzardo? «Pensiamo al verso dantesco “E caddi come corpo morto cade”: non è improbabile che Mozart avesse letto Dante Alighieri. La Divina Commedia è in fondo un immenso rito di iniziazione, di cui Virgilio è la guida e Beatrice l’ispirazione, l’irrangiungibile donna-angelo stilnovista. Pensiamo invece al ruolo di Pamina nel Flauto magico. Le donne erano escluse dalla massoneria, e infatti nel primo atto Taurino e Paminavengono separati: mentre lui è impegnato o percorso iniziatico lei vaga nei corridoi del tempio. Quando finalmente si ritrovano e lui dice “mi aspetta la morte”, lei gli risponde “verrò con te, sarò con te”. Mozart ci dice che è l’amore che guida, per ristabilire l’equilibrio cosmico tra maschile e femminile, quell’equilibrio che la crudele Regina della Notte aveva tentato di spezzare». ©RIPRODUZIONE RISERVATA
