Il 21 aprile del 1901 il Gran Maestro Ernesto Nathan inaugurava la nuova sede del Goi a Palazzo Giustiniani

Il 21 aprile del 1901, giorno del Natale di Roma, il Gran Maestro Ernesto Nathan, di cui il 9 aprile scorso abbiamo celebrato il centenario del passaggio all’Oriente Eterno, inaugurava la nuova sede del Goi a Palazzo Giustiniani. La cerimonia si tenne nella magnifica Sala Zuccari, tempio maggiore della Comunione, addobbata per l’occasione con gonfaloni, corone di alloro e fiori. Tantissimi gli ospiti presenti: deputati, senatori, magistrati, alti funzionari dello stato, ufficiali, professori, signore. Un tavolo venne stato allestito per i giornalisti che in gran numero presero parte alla prima conferenza stampa organizzata dal Grande Oriente nella sua storia. Nel discorso che tenne Nathan spiegò ai “profani” cos’era la Libera Muratoria. Nella sua “Balaustra”, che aveva per titolo Massoneria: sua azione, suoi fini. In essa Nathan illustrò i principi guida dell’Istituzione, il cui ruolo nell’Italia del tempo, venne consacrato proprio da questo avvenimento. Uno speciale è dedicato a Ernesto Nathan sul prossimo numero di Erasmo

Ecco l’incipit

Oggi si inaugura la modesta sede della Massoneria Italiana, modesta nel suo allestimento e decorazione, non tanto nella sua tradizione…perchè la Massoneria, se nelle varie sue incarnazioni si perde davvero nella notte dei tempi, ha resistito all’urto dei secoli, e tuttora vive e fiorisce per essersi di volta in volta tuffata nell’acqua lustrale del progresso, assimilando ogni nuova fase di civiltà, il più delle volte divenendone banditrice. (…)Tacciati di subdola azione, ravvolta nelle tenebre, abbiamo voluto inaugurare la nuova sede invitandovi a sentire, a parole chiare e senza sottintesi, cosa siamo, cosa vogliamo, in nome di che ci riuniamo. (…) Si squarci una buona volta il preteso mistero; sappiano gli uomini di buona fede il valore di grossolane menzogne e stolte calunnie inventate dal livore partigiano in nome della carità cristiana. Vogliamo il vero per comparire alla sbarra dell’opinione pubblica, non come dei colpevoli, ma come degli offesi che hanno diritto a riparazione.



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