Garcia Lorca, il grande poeta, socialista, massone e omosessuale, ucciso dal franchismo. Una rilettura di Marco Rocchi su Avanti!

Garcia Lorca, morto all’età di trentotto anni per mano franchista, è ritenuto unanimemente uno dei più grandi poeti e drammaturghi della Spagna del ventesimo secolo. Nato a Fuente Vaqueros, in Andalusia, nel 1898, era figlio di un possidente terriero e dì un’insegnante. La madre, Vicente Lorca Romero, che lascia il lavoro per seguire l’educazione dei figli, rimarrà per tutta la vita una indelebile figura di riferimento per Federico. È lei, senza alcun dubbio, a trasmettergli l’amore per la cultura insieme a quell’amore per i poveri e per gli ultimi che il poeta trasferirà nei suoi versi e nei suoi drammi. È nell’educazione materna, più che negli studi di filosofia politica, che vanno probabilmente rintracciate le radici delle sue posizioni socialiste: un socialismo appreso sul campo, a contatto coi poveri e con gli emarginati, dunque, più che sui sacri canoni delle opere di Karl Marx. Ed è sempre la madre che trasmette a Federico quella sensibilità che il poeta mostrerà nella sua vita privata (e che lo condurrà a profonde sofferenze personali), prima ancora che nelle sue opere, nelle quali i personaggi ripropongono sulla scena la ribellione nei confronti di quei pregiudizi di cui faceva dolorosa esperienza lo stesso Federico. Nel 1914 inizia a frequentare la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Granada, ma ben presto scopre la sua vocazione letteraria e si trasferisce alla Facoltà di Lettere. È proprio a Granada che incontra il suo primo maestro, nella figura del giurista Fernando de los Rios, che in seguito diventerà Ministro dell’istruzione pubblica della Repubblica Spagnola e che per tutta la breve vita del poeta sarà il suo mentore e lo aiuterà concretamente nella sua carriera culturale. Nel 1919 il poeta si trasferisce a Madrid e, proprio su segnalazione di de los Rios, riesce a farsi accogliere nella Residencia de Estudiantes, che sarà in seguito considerata il crogiuolo in cui si sarebbe formata la cultura della cosiddetta generazione del ’27, un gruppo di intellettuali riuniti attorno alla rivista Gaceta literaria. È proprio qui che senza mai aderire completamente al surrealismo, del quale fece però qualche esperienza stringe amicizia con personaggi del calibro di Luis Bufiuel e poi di Salvador Dalì, al quale si legherà per un breve periodo in un rapporto d’affetto che sconfinerà presto anche in un sentimento più profondo. Al pittore dedicherà anche un’ode: “non è l’Arte la luce che ci acceca gli occhi./ Prima è l’amore, l’amicizia o la scherma”. È di questo periodo anche la sua opera prima teatrale, Il maleficio della farfalla, all’interno della quale, rappresentando l’amore impossibile tra uno scarafaggio una farfalla, mette in scena il tormento autobiografico dell’impossibilità di vivere serenamente la propria omosessualità. Questo dramma interiore, nonostante una appassionata e sfortunata storia d’amore con lo scultore Emilio Aladren, che preferirà non sfidare le convenzioni sociali e sposerà una donna, lo conduce a una depressione che lo isola dalle amicizie e dagli affetti: rompe il sodalizio con Bunuel e Dalì, accusandoli di averlo voluto mettere alla berlina nell’opera cinematografica Le chien andalou (lui, andaluso, appunto), diretto dal primo e sceneggiato da entrambi. In questo momento così difficile è ancora il suo mentore, Fernando de los Rios, a venirgli in aiuto facendogli ottenere una borsa di studio che gli permette di recarsi a New York. Proprio nella grande città, davanti agli evidenti contrasti sociali che la caratterizzano, Garcia Lorca rafforza le proprie posizioni socialiste, e amplia il suo orizzonte di ricerca di un mondo più equo anche nei confronti di qualunque minoranza discriminata, anche non su base sociale. Così scrive nella sua opera Poeta en Nueva York: «Io credo che il fatto di essere di Granada mi spinga all’umana comprensione dei perseguitati. Del gitano, del negro, dell’ebreo, del moro, che noi tutti ci portiamo dentro». Dopo un anno passato negli Stati Uniti, durante il quale frequenta corsi alla Columbia University e incontra diversi spagnoli in fuga dalla dittatura di Primo de Rivera, viene invitato a Cuba. In questo viaggio non tarda ad identificarsi con quell’anima negra che canterà nei versi della poesia Son de negros en Cuba. Ma le cose in Spagna stanno cambiando: caduto il regime totalitario di de Rivera, il paese iberico vive un ricco fermento culturale e Federico decide di farvi rientro per portarvi il suo contributo. Godendo ancora una volta dell’aiuto di de los Rios, diventato Ministro dell’istruzione pubblica, Federico istituisce La Barraca, un innovativo teatro popolare ambulante che propone, in giro per la Spagna, tanto un repertorio classico, quanto le opere innovative e più celebrate dello stesso Garcia Lorca, da Yerma a La casa di Bernarda Alba, da Nozze di sangue a Donna Rosita nubile o il linguaggio dei fiori. Federico ne è attore, regista, impresario. È un teatro lontanissimo da ogni forma di divismo, e per rendere più tangibile quest’idea di teatro popolare, Garcia Lorca e gli altri attori recitano indossando un’anonima tuta blu. Risale anche a questo periodo l’intensa storia d’amore con Rafael Rodriguez Rapun, il segretario della compagnia, al quale dedica una importante raccolta di poesie omosessuali, i Sonetti dell’amor oscuro, che sarà però pubblicata postuma, quasi mezzo secolo dopo la sua morte. L’esperienza de La Barraca termina a ridosso dello scoppio della guerra civile. Appare evidente, ai maggiori intellettuali spagnoli di quel periodo, la necessità di far convergere tutte le forze antifasciste in difesa della Repubblica. Garcia Lorca non si sottrae a questo dovere morale e, insieme a Rafael Alberti e a tanti altri, fonda l’Associazione degli intellettuali antifascisti. Sebbene sia evidente il pericolo che corre rimanendo in Spagna, Garcia Lorca rifiuta diverse offerte di asilo provenienti dal continente latino-americano, Messico e Colombia su tutti. I fatti precipitano nella notte tra il 17 e il 18 luglio del 1936, col pronunciamento franchista che segna l’avvio della guerra civile spagnola. Non passerà neppure un mese prima dell’arresto di Garcia Lorca. Il 16 agosto il cognato di Federico, sindaco socialista di Granada, viene fucilato. Nello stesso giorno, Federico, si rifugia a casa del poeta Luis Rosales Camacho, che non esita però a tradirlo: viene prelevato dai falangisti e se ne perdono le tracce. Nonostante molte voci della cultura spagnola e mondiale si alzino immediatamente in sua difesa, Federico Garcia Lorca viene fucilato all’alba del 19 agosto e il suo corpo occultato. Aveva appena trentotto anni. Un documento, ritrovato nel 2015 negli archivi della polizia franchista, rende ragione dell’esecuzione: Federico Garcia Lorca “era socialista, massone appartenente alla Loggia Alhambra, omosessuale e praticava altre aberrazioni”. Ancora oggi, nonostante alcune ricerche condotte nel 2009, resta sconosciuto il luogo della sua sepoltura. Così volle il regime franchista, che mise ovviamente al bando le sue opere: una damnatio memoriae destinata all’insuccesso, perché le opere di Federico Garcia Lorca erano già entrate di prepotenza nel patrimonio poetico e teatrale della cultura mondiale. Nella sua ultima intervista, rilasciata al giornale madrileno Sol poche settimane prima di morire, Garcia Lorca detta di fatto il suo testamento spirituale, che oggi ci appare quanto mai profetico: «Io sono uno Spagnolo integrale e mi sarebbe impossibile vivere fuori dai miei limiti geografici; però odio chi è Spagnolo per essere Spagnolo e nient’altro. Io sono fratello di tutti e trovo esecrabile l’uomo che si sacrifica per un’idea nazionalista, astratta, per il solo fatto di amare la propria Patria con la benda sugli occhi. Il cinese buono lo sento più prossimo dello spagnolo malvagio. Canto la Spagna e la sento fino al midollo, ma prima viene che sono un uomo del Mondo e fratello di tutti. Per questo non credo alla frontiera Politica». Di Marco Rocchi



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