Dov’è finita la Roma di Ernesto Nathan?

Il Re e il sindaco Ernesto Nathan alla cerimonia inaugurale delle case degli impiegati a Piazza Caprera a Roma (Tribuna illustrata 29 maggio 1910)
Il Re e il sindaco Ernesto Nathan alla cerimonia inaugurale delle case degli impiegati a Piazza Caprera a Roma (Tribuna illustrata 29 maggio 1910)

Ci volevano le polemiche sul degrado che i romani devono subire nella loro città per rispolverare un sindaco esemplare che fece Roma capitale. Ernesto Nathan amministrò la città eterna dal 1907 al 1913 e le cronache lo considerano il migliore sindaco che Roma abbia mai avuto. Il suo impegno pubblico per urbanizzare quello che era  ancora, ai primi del Novecento, un paesone di stampo medievale fu intenso e capillare e interessò i servizi essenziali che una città moderna, dotata di senso civico, deve avere. Figuriamoci una capitale. Un articolo su “La Provincia” di Como del 30 luglio parla del degrado della Roma di oggi ricordando l’opera dispersa di Ernesto Nathan, uomo illuminato, massone, e noi aggiungiamo, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia che anche nell’istituzione massonica ha lasciato tracce indelebili del suo magistero, della sua convinta appartenenza a una società di costruttori di opere e di idee.


(La Provincia) La grande bellezza perduta tra emergenze e demagogia

Tutti hanno contribuito a farla grande, perfino quei piemontesi che l’hanno conquistata battendo gli zuavi a Porta Pia. Andava sott’acqua a ogni piena del suo biondo fiume e loro hanno tirato su gli argini. Ancora si ricorda con nostalgia il sindaco Ernesto Nathan, ebreo, massone, progressista, e non romano, che trasformò la città all’inizio del Novecento con buona amministrazione e senso civico. Nathan fece l’impresa e da allora, dopo di lui, nessuno è stato così capace. Risparmiò fino all’eccesso, tanto che nacque il detto «non c’è trippa per gatti», per via del denaro per le frattaglie previsto nel bilancio fino ad allora, che Nathan fece sparire. Tagliava gli sprechi e contemporaneamente investiva in scuole, strade, igiene. Sorrideva alle ironie feroci dei suoi concittadini. Da allora nessuno è riuscito a fare come lui e da allora tutto è peggiorato, e si è perduto soprattutto quel senso civico di essere città che chi abita a Roma, pur non essendovi nato, considera con rimpianto… Leggi l’articolo su “La Provincia” di Alberto Bobbio

 



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