DOSSIER. Le nostre Gran Logge, dibattiti e tavole rotonde/10-12 aprile 2015 “Il coraggio delle idee, la costanza delle azioni”/video

“Fuori dal Tempio c’è un mondo in difficoltà che attende il nostro impegno, e la nostra fraterna insostituibile, temprata, solidarietà”. “Dobbiamo consegnare ai giovani un mondo migliore”. “Dobbiamo essere pronti a trasformare noi stessi, come già facciamo con un lungo e paziente lavoro all’interno delle nostre officine. Lo dobbiamo fare con costante impegno, met[1]tendo in campo tutta la fiducia possibile e le nostre forti mani imbrattate di onesta calcina”. “L’Italia, i nostri giovani e quelli delle altre nazioni, hanno diritto ad un domani migliore e noi abbiamo il preciso dovere morale di intervenire e dare il nostro non indifferente contributo alla costruzione della nuova società”. Sono alcuni dei punti chiave dell’allocuzione che il Gran Maestro Stefano Bisi, venerdì 10 aprile 2015 al Palacongressi di Rimini in occasione della Gran Loggia, che in quella edizione ebbe come tema “Il coraggio delle idee, la costanza delle azioni”.

Tra gli eventi a latere che vennero organizzati due interessanti tavole rotonde, una dal titolo “Cambiamenti” con Gian Maria Fara, Presidente dell’Eurispes, che ha tracciato l’identikit dell’Italia, Renato Soru, europarlamentare, fondatore di Tiscali, già presidente della Regione Sardegna, Mario Caligiuri, pedagogista della comunicazione dell’Università della Calabria , Pierluigi Barrotta, filosofo della scienza dell’Università di Pisa, Maurizio Borghi, esperto del Miur, Sebastiano Scrofina, esperto di sistemi monetari non convenzionali. (video https://youtu.be/0IXy9-GqGww)

L’altra “Per chi non si arrende”, che vide la testimonianza di due medici volontari nelle zone piú disagiate del mondo Manlio Leonardi, in servizio di assistenza agli immigrati in arrivo nel Canale di Sicilia e Fabrizio Pulvirenti, l’infettivologo noto per essere stato il primo italiano contagiato e guarito dal virus dell’Ebola.  

PARLIAMO DI CAMBIAMENTI

E’ ora di fare la rivoluzione del cuore

A latere dei lavori rituali di Rimini tavola rotonda dedicata

alle grandi sfide della nostra epoca e alla nuove visioni

di cui hanno bisogno l’Italia e l’Europa

Imparare a confrontarsi, ad accettare la diversità, a la[1]vorare insieme agli altri per un futuro miglio[1]re, imboccando strade nuove, liberi dalla paura, pronti ad affrontare le grandi sfide della nostra epoca, i mutamenti  geopolitici, il progresso tecnologico che è sempre più veloce e a trasfor[1]mare in meglio noi stessi e il mondo che ci circonda. E’ stato questo il tema al centro della prima tavola rotonda, che si è tenuta al Palacongressi di Rimini il 10 aprile, nell’ambito della prima giornata di lavori della Gran Loggia di Rimini. “Parliamo di cambiamenti” il titolo dato all’incontro, che è stato aperto dal Gran Maestro Stefano Bisi. Cambiamenti di cui siamo testimoni, ma “cambiamenti che riguardano anche e soprattutto ciascuno di noi”. “E’ facile cambiare l’auto, è facile cambiare un vestito, però quello che è importante è riuscire a cambiare noi stessi – ha detto Bisi citando la canzone di Vasco Rossi – solo così saremo davvero rivoluzionari. E per i liberi muratori la rivoluzione è quella del cuore”. La via da percorrere per cambiare in meglio anche il mondo, un mondo che cammina sempre più in fretta, tra luci e ombre, un mondo caratterizzato da nuovi fenomeni, nuovi equilibri, nuovi conflitti sociali e culturali, nuove frontiere. Nuove sfide.

Fara, Italia ancora come Gulliver e come Oblomov

Sfide che si possono vincere solo avendo un preciso progetto, ha tenuto a sottolineare nel suo intervento Gian Maria Fara, Presidente dell’Eurispes, che ha tracciato l’identikit dell’Italia. Un paese, ha detto, che vive alla giornata. “Ogni anni descriviamo l’Italia che è sempre varia e sempre uguale a se stessa”, ha aggiunto ricordando la metafora che l’Eurispes utilizzò 15 anni fa, quella di Gulliver, gigante imbrigliato a terra dai lillipuziani che gli impedivano il movimento. “Il Paese è imbrigliato e bloccato – ha sottolineato l’analista – la burocrazia come un grande gan grande gancio lo trattiene. Burocrazia e fisco sono i due impedimenti allo sviluppo e alla crescita”. Ma l’Italia, ha proseguito Fare, è anche come Oblomov, “nobilastro russo che vive in una bellissima casa, ma sporca e trasandata, abbandonata a se stessa. Una casa la[1]sciata al degrado e all’incuria”. E come Tartarino di Tarascona il finto eroe che riesce a malapena a uccidere un vecchio leone cieco e zoppo che era scappato dallo zoo.

Cresce l’appeal della Massoneria

“E’ un paese – ha spiegato il presidente dell’Eurispes – dalle mille facce che non riesce a modificare le sue cattive abitudini. Non riesce a superare ritardi, a liberarsi dei propri corporativismi, egoismi. E’ un paese che avrebbe potenzialità enormi, ma che non riesce a trasformare la potenza in energia. Un paese ricco, con una ricchezza maldistribuita. E’ un paese che potrebbe dare al mondo una rappresentazione migliore di sé, ma che è senza progetto, senza un’idea su ciò che siamo e vorremmo essere e che non ha la voglia, ma non ha neppure il coraggio di cambiare, perché per avere coraggio bisogna sapere dove andare. E invece l’Italia è un paese che non riesce ad avere un’idea di se stesso proiettato al futuro. Lo si vede in tutte le scelte. E’ un paese accidioso, pigro, mille direzioni aperte e nessuna scelta concreta fatta, con una classe dirigente inadeguata della politica, dell’economia, della cultura e dell’università”. Un deserto privo di punti di riferimento e di valori. “La fine delle ideologie ha trascinato con sé anche le idee”, ha osservato. “E ci siamo accorti – ha proseguito Fara – del ruolo che le organizzazioni massoniche vanno assumendo, che ci sono sempre più giovani che si avvicinano alla vostra istituzione, che il mondo dei media e della cultura è più aperto di quanto non lo fosse in passato e questo dipende dal fatto probabilmente nell’istituzione massonica vengono individuati e collocati valori che sono condivisi anche da chi massone non è. Abbiamo colto questo nuovo interesse che c’è nell’opinione pubblica e la sensazione diffusa che il vostro sistema di valori sia sempre più condivisibile e sempre sempre più apprezzato”.

Soru, abbiamo bisogno di nuove grandi visioni Decisamente meno pessimistica l’analisi di Renato Soru, europarlamentare, fondatore di Tiscali, già presidente della Regione Sardegna, che ha ricordato quando nel 1994 a Praga sperimentò l’embrione di un internet italiano ed europeo. “Un momento – ha detto – che fu di grande innovazione, di spirito pioneristico”. Un sogno poi fallito e che ha dato inizio a un altro progetto. “Ho fatto una società italiana che dà ancor oggi lavoro a mille persone e che ancora oggi cerca di imparare dagli errori, di ripartire ogni mattina lavorando con passione, cercando di innovare con creatività e fiducia nel futuro”, ha raccontato Soru, sottolineando quanto sia importante non aver paura di imparare dagli errori. “Le sconfitte peggiori derivano dalla non conquista di una consapevolezza degli errori. L’impresa – ha sottolineato – nasce da un’idea ma anche dalla volontà di criticarla e di cambiarla quella idea. Ogni impresa fa una cosa completamente diversa dal quella iniziale”. Poi ha par[1]lato dell’’Italia, del l’Europa, del bisogno che hanno di nuove grandi visioni. Nuove, grandi visioni come quelle che portarono dopo la seconda guerra mondiale i paesi del vecchio continente a non li[1]mitarsi a fare la pace, ma a mettersi in sinergia, a unirsi.

Il cielo di Gulliver non è più lo stesso

Uscire dalle sabbie mobili si può, ha osservato, anche se ci vuole un nuovo atto di coraggio, un nuovo passo avanti. E qualche segnale c’è già. “Per la prima volta –ha commentato l’europarlamentare – si è finito di pensare finalmente che lo sviluppo possa nascere dal rigore, dal rigore, che genera sviluppo e posti di lavoro. E sono state messe in campo nuove politiche. La Bce che ha capito che c’è biso[1]gno di immettere liquidità nel sistema. Un altro risultato raggiunto da po[1]che settimane, una grande svalutazione competitiva per ridare vigore al[1]l’economia attraverso le esportazioni. Un’altra grande opportunità – ha segnalato Soru – è il costo dell’energia che non è mai stato così basso. Poi il piano Juncker per gli investimenti. Insomma l’Europa sta cercando di ripartire”. Questa ripartenza può essere associata a un’idea di futuro, ad un’idea di cambiamento? “Gulliver è ancora lì dopo 15 anni, sì, ma – ha avvertito l’imprenditore – il cielo non è più lo stesso. Abbiamo il dovere di continuare a volerli strappare questi lacci e di interpretare il cielo di oggi, il mondo di oggi, e il mondo di oggi che è quello digitale”. Un mondo nel quale ci sono opportunità e la possibilità “per l’Italia di costruire un’industria del futuro, di guadagnare posti di lavoro”.

Caligiuri, investire nella cultura e nella formazione

I cambiamenti? Saranno possibili soltanto, ha spiegato nel suo intervento Mario Caligiuri, pedagogista della comunicazione dell’Università della Calabria, investendo nella cultura e nella formazione. “Prima di Turner c’era la nebbia a Londra. Questo paradosso di Oscar Wilde che fa riferimento al pittore della metà del settecento e prima del novecento della luce che ha fatto apprezzare la nebbia ai londinesi che c’era sempre stata. Questo che significa – ha spiegato il professore – che la gente nota di rado quello che ha sotto gli occhi. Già mezzo secolo prima Andersen aveva scritto una favola bellissima: I vestiti nuovi dell’imperatore. Solo un bambino si accorse che il re era nudo. Oggi il re nudo è rappresentato dalla crisi del sistema sociale della democrazia, questo non è un giudizio politico né ideologico, né populistico, ma un giudizio tecnico: la democrazia così ‘ com’è non funziona. E non funziona in quasi tutti i paesi del mondo”. Caligiuri ha puntato il dito contro le classi dirigenti. “Ogni sistema sociale – ha spiegato – funziona principalmente in relazione a chi lo gestisce, questo vale per le aziende, le isti[1]tuzioni, le università, per qualunque cosa. Il problema dei problemi è la formazione e la conseguente insufficiente selezione che genera la decadenza della sfera pubblica: avere persone migliori significa avere la possibilità di persone che costruiscano nell’interesse di tutti. E’ fondamentale avere dei dirigenti controllabili e sostituibili. Questo paese ha come pesi maggiori il fisco e la burocrazia ma il peso più grande è rappresentato in[1]discutibilmente da classi dirigenti inadeguate”.

Lo scenario italiano, l’asimmetria del sistema

Poi c’è la crisi del sistema democratico inserita nella crisi più complessiva del potere. “Lo spirito del tempo più evidente è la crisi della democrazia, che si colloca nella società mediatica che determina la gran parte dei risultati elettorali combinandosi con un basso li[1]vello di istruzione. La crisi del sistema democratico – ha spiegato Caligiuri – si colloca all’interno di una crisi più complessiva del potere. La trasformazione del potere è una delle più importanti tendenze. Non solo dovuto allo sposta[1]mento del potere a livello geopolitico, penso a paesi come Cina e India, il Brasile ma si stanno trasformando profondamente tutti i paradigmi infrastrutturali della società”. Qual è lo scenario italiano? Caligiuri risponde citando Roberto Chiarini e il suo libro “Le origini di una strana repubblica”. “La cultura politica del paese – ha sottolineato – è di sinistra e il paese è di destra. L’asimmetria è evidente tra una società politica orientata a sinistra, in termini di peso elettorale e di proposte, e un’opinione pubblica molto larga che invece non era disposta a fare concessioni progressiste. Negli ultimi 20 anni, come ci dice Giorgio Galli nel suo libro “Il Golpe invisibile”, ha preso il potere la borghesia burocratico – parassitaria, finanziaria e speculativa e quindi lo scontro reale al quale stiamo assistendo anche in questi giorni si verifica all’interno di uno stesso ceto spe[1]culativo finanziario più che di due culture o due proposte politiche. La corruzione non è patologia è la struttura di gestione del potere”. E’ per questo che, secondo Caligiuri, bisogna puntare innanzitutto a una buona scuola e a formare le nuove elite.

Barrotta, scienza e società non sono contrapposte

Sull’uomo tra scienza e tecnologia si è soffermato invece Pierluigi Barrotta, filosofo della scienza dell’Università di Pisa, che h sottolineato come non sempre il progresso scientifico coincida con il progresso sociale. E ha spiegato che è sbagliato pensare a scienza e a società come a due blocchi contrapposti. Non c’è tra loro un legame necessario. Spetta a noi collegarli, ha detto, ma perché ciò avvenga dobbiamo avere cittadini che coltivino la virtù del metodo scientifico. Il processo di scambio deve essere bidirezionale. Democrazia e scienza sono compatibili, hanno lo stesso fondamento, rappresentando le due facce di una stessa medaglia. Ma nell’attuale società tecnologica, ha spiegato il fi[1]losofo, non è facile orientarsi e distinguere ciò che è bene da ciò che non lo è, perché ci sono infinite variabili e spesso ci s’illude di tenere sotto controllo la dimensione del rischio. Ciò nono[1]stante, gli effetti spesso nefasti di un rischio mal calcolato si con[1]tinuano a far sentire. Così ogni decisione comporta un rischio. “Scopo della tecnologia – ha sottolineato Barrotta – è ridurre l’incertezza della natura ma c’è stato un cambiamento dovuto alla complessità della tecnologia, alla necessità di rimediare alle conseguenze degli errori invisibili”. E se nei secoli passati la scienza e la tecnologia hanno soccorso l’uomo, aiutandolo a va[1]lutare le potenziali conseguenze delle sue decisioni, oggi che sono diventate più complesse è aumentata la loro fragilità.

 Borghi, la conoscenza principale risorsa del mondo

Maurizio Borghi, esperto Miur, rappresentante del nostro paese nel team Innovazione all’Ocse, ha fatto poi il punto sui mutamenti globali sempre più rapidi di cui è protagonista il mondo. “I concetti di tempo e spazio – ha sottolineato – sono cambiati in maniera opposta e questo sta provocando riper[1]cussioni su ogni campo dell’agire umano. E’ come – ha aggiunto ricorrendo a una metafora calci[1]stica – se all’improvviso un campo di calcio venisse ampliato a dismisura e contemporaneamente venisse accorciato il tempo di gioco. Tutte le regole salterebbero. E’ quello che sta accadendo. Anche il concetto di risorse – ha spiegato – è mutato. La cono[1]scenza è diventata la risorsa più importante di tutte e di questo va tenuto conto in ogni momento”. Quanto all’Italia, ha osservato “ha grandi potenzialità, ma la situazione non è rosea. L’Italia sembra credere poco all’importanza della conoscenza come più importante risorsa. A livello istituzionale non si riesce a fare si[1]stema. Ha grandi potenzialità, e dovrebbe puntare di più all’in[1]novazione che produce nuovi posti di lavoro. Ma c’è chi è fortemente antiprogressista e il rischio è che il paese rimanga paralizzato. E’ per questo che c’è bisogno di coraggio, del coraggio dei giovani”. L’Ocse, ha aggiunto, raccomanda di lavorare “al[1]l’innovazione, di promuovere la ricerca eccellente e di inventare nuovi sistemi per il credito. La scienza è più fondamentale di quanto lo sia stata finora. Purtroppo, ha concluso, diamo per scontato che essa insieme alla tecnologia risolverà i problemi del mondo. Non è così.

Scròfina, il sogno di una moneta libera Il coraggio dei giovani, la loro forza travolgente. E’ un giovane straodinario Sebastiano Scrofina. Ha 31 anni, è laureato in filosofia, e sogna un mondo futuro, basato su un sistema economico sem[1]plice, non condizionato dalle banche e dal sistema finanziario.

Scròfina, che il Grande Oriente ha invitato al dibattito sui “Cambiamenti” è esperto di sistemi monetari non convenzionali ed è l’ideatore di Dropis, una sorta di credito di baratto che permette di comprare, vendere, usufruire di servizi e prestare la propria opera, senza ricorrere al denaro. Una vera e propria forma inno[1]vativa di economia partecipata che va oltre il sistema finanziario tradizionale, eliminando tutti quei processi di pagamento che oggi richiedono banche e notai. Un’idea assolutamente coraggiosa, che l’economista ha illustrato, ripercorrendone anche la storia. Quale sarà il sistema monetario del futuro? “Non lo sappiamo – ha ri[1]sposto Scròfina –. La moneta, vi propongo una definizione possi[1]bile, è informazione, è una lingua. Ed è importante che sia parlata. E’ un protocollo per una serie di regole tramite le quali scambiarsi informazioni. Dietro di essa c’è una visione del mondo, che diventa sempre più reale, man mano che viene utilizzata”. Probabilmente nei prossimi anni, e nei prossimi decenni, lo scenario della fi[1]nanza cambierà molto grazie a queste inno[1]vazioni veicolate dalla tecnologia. Dagli anni ottanta al duemila gli esperimenti sono cre[1]sciuti in maniera esponenziale e Scròfi[1]na ha classificato alcu[1]ne famiglie di sistemi monetari alternativi. Acominciare dal Cre[1]dito mutuale testato negli anni da 30 alcu[1]ni imprenditori svizzeri mentre si era in piena crisi economica. Ri[1]facendosi a Silvio Gesell, economista argentino, decisero di creare un sistema senza denaro, una moneta virtuale. E fecero business triangolando il baratto che necessità della doppia coincidenza della domanda e dell’offerta. Oggi nel mondo più di un milione di azien[1]de funzionano così. In tempo di crisi economica questi sistemi aiu[1]tano l’economia. L’altra ipotesi: fare a meno delle banche. Il nostro conto in banca, ha spiegato Scròfina, è in realtà una promessa. La banca è un intermediario, nei confronti del quale abbiamo un rap[1]porto fiduciario. Possiamo benissimo fare a meno di questa figura, sostiene il giovane economista. Poi c’è il sistema finanziario Yaka[1]moto che è un sistema di pagamento completamente indipendente dal controllo politico, che dimostra come si possa tornare a una moneta merce e fuori della capacità inflazionistica di un a banca centrale. Infine c’è biotcoin: un libro mastro universale, sul quale chiunque può vedere come questa moneta si sposti al di là dell’arbitrio di qualsiasi autorità. Dietro il mondo delle monete alternative c’è una grande spinta ideale. L’evento è stato moderato dal giornalista Angelo Di Rosa.

Per chi non si arrende

In prima linea. La scienza senza

umanità non va da nessuna part

La testimonianza di due medici volontari nelle zone

più disagiate del mondo: Leonardi, che presta assistenza

agli immigrati nel Canale di Sicilia e Pulvirenti, l’italiano

contagiato e guarito dall’Ebola. E la storia di Ludovico

La scienza senza umanità

non va da nessuna parte. E’

questo il messaggio che i

due medici italiani entrambi                                                                     

di Catania, in prima linea                                    

come volontari per far fronte

all’emergenza umanitaria

nelle zone più disagiate del

mondo, hanno lanciato dalla

Gran Loggia di Rimini,

dove, l’11 aprile, hanno partecipato

alla tavola rotonda

“Italia, per chi non si arrende”

moderata da Claudio

Giomini. Sono Manlio Leonardi,

che presta assistenza

agli immigrati che arrivano

sui barconi nel Canale di Sicilia e Fabrizio Pulvirenti, l’infettivologo

noto per essere il paziente numero zero, il primo italiano

contagiato e guarito dal virus

dell’Ebola. Due storie

di “eroi del nostro tempo”

come li ha definiti il Gran

Maestro Stefano Bisi, “due

esempi viventi di coraggio”

e di “grande umanità”,

come quella, ha raccontato,

che ha consentito

di salvare la vita a un “lupetto”,

così si chiamano i

figli dei Fratelli, vittima di

un incidente mentre era

negli Stati Uniti, lontanissimo

da casa. Per lui, ha

detto il Gran Maestro, si è

subito messa in moto una

catena di solidarietà e Ludovico, questo il suo nome, è riuscito

a tornare in Italia, a Milano, dove si sta sottoponendo a cure im- portanti. All’uomo, che ha fatto l’impossibile

per salvargli la vita, e che è un Fratello

di origini abruzzesi che vive negli Usa e si

chiama Antonio Salce, è stata consegnata

una medaglietta, una “Giordano Bruno”.

Uomini che hanno messo a servizio degli

altri la propria vita.

“Fare il medico è una missione, fare il volontario

è una vocazione”, ha detto Pulvirenti

svelando che la sua passione per l’Africa

è nata quando era all’università e studiava

malattie tropicali. Una passione che

lo ha portato con Emergency in Sierra Leone

a prestare soccorso in un ospedale da

campo ai malati di Ebola, in piena esplosione

dell’epidemia, fino ad essere contagiato

dal virus. Un virus, di cui è portatore il fruit bat, una specie

di pipistrello erbivoro, che, come ha spiegato il medico, fino a

poco tempo fa colpiva soltanto villaggi remoti. Focolai circoscritti.

Poi sono arrivati i cinesi, ai quali alcuni paesi africani hanno venduto

i diritti estrattivi delle loro miniere. In cambio i cinesi avrebbero

dovuto compensarli con grandi opere, con grandi infrastrutture,

costruire reti idriche, reti fognarie, ferrovie, aeroporti. Così

non è stato. I cinesi hanno costruito solo autostrade con un obiettivo

preciso: fare arrivare il loro bottino, fatto di oro, diamanti,

ferro, petrolio, fino ai porti. E l’ebola non è stata più controllabile.

Il virus ha viaggiato lungo le grandi arterie del continente a bordo

di camion e tir propagandosi disastrosamente. Ora l’epidemia si

sta riducendo e si prevede che si esaurisca entro agosto.

Pulvirenti non ama raccontare la sua storia personale, lasciarsi

andare. E’ parco di parole, come tutti quelli che agiscono. E’ la

sua storia stessa che parla al cuore. Lo immaginiamo ai posti di

blocco improvvisati subito dopo che è scattata l’emergenza a

eseguire test, nell’ospedale da campo allestito dagli inglesi mentre

presta soccorso a uomini, donne e bambini

che soffrono e muoiono, fino a mettere

a repentaglio la sua vita stessa.

Chi è generoso non parla della sua generosità.

E Pulvirenti è un medico che parla

da medico, anche con un certo distacco

sulla drammatica prova che gli è toccata

in sorte. Il virus non lo ha risparmiato. E’

stato il paziente zero italiano, che ce l’ha

fatta. Pulvirenti ha descritto la sonnolenza,

il torpore che lo ha colto, le macchie che

ha scoperto di avere sulla pelle, le emorragie,

la polmonite. Ma non la paura che

ha provato da medico, quando si è reso

conto del gravissimo rischio che stava correndo,

quello di perdere il bene prezioso

della vita. Ha avuto coraggio, ha creduto

in se stesso e nei colleghi ai quali si è completamente

affidato. La malattia, sostiene,

non ha ancora una cura. Il suo plasma, che

contiene anticorpi, è una speranza. Ma non

lo dice per non creare false illusioni. In ogni

momento, si capisce, che è al servizio degli

altri. La malattia, ha detto, “mi ha dato una

marcia in più”. Una marcia in più per comprendere

questo terribile virus.

La morte rossa. “Sono stato sottoposto a

quattro dei cinque trattamenti sperimentali

– ha riferito – ma da quello che ho osservato

su di me e sugli altri, sono arrivato a questa

conclusione: ci si salva solo se si riesce a rimanere

in vita oltre il decimo giorno dal sopraggiungere

dei sintomi. La terapia intensiva

è l’unica via. E se sono salvo, per quanto mi riguarda, lo devo

ai colleghi dello Spallanzani che lo hanno capito”. Tornerà in Africa:

“Sono pronto a partire”, ha risposto. “Ho dato la mia piena disponibilità.

Ma spero che non sia necessario. Spero che l’emergenza

rientri, come si prevede, definitivamente”. Diversa ma altrettanto

esemplare è la vicenda professionale e umana di Manlio Leonardi,

anche lui come Pulvirenti catanese e medico. Leonardi è un ortopedico

che è stato tra i poveri dei poveri di Haiti, colpiti del sisma

del 2010. E’ stato tra le vittime di grandi terremoti di Italia, da

quello del Friuli a quello d’Abruzzo. E’ volontario del Corpo italiano

di soccorso dell’Ordine di Malta. E oggi è in prima linea nel

Canale di Sicilia. Leonardi è a contatto con la disperazione, quella

vera ultima primordiale di chi rischia tutto nella speranza di vivere

un futuro migliore. Anche lui, come Pulvirenti, non racconta se

stesso. Leonardi mostra le immagini della devastazione, delle macerie.

Racconta gli occhi pieni di silenzio, l’urlo disperato di ciascuno

di quegli occhi che chiede aiuto, che spera. Anche lui lo fa

da medico, con professionalità. Con una quella specie di distanza

partecipata, che è antidoto alla retorica. E’ a

bordo di notte, all’alba sulle motovedette dei

Vigili del Fuoco e della Guardia di Finanza.

Nel mare tende la mano a chi ne ha bisogno.

Con tutte le sue forze. Con il coraggio, l’amore.

Bambini, uomini, donne, spesso assiderati,

spesso ustionati. Sì, perchè viaggiano,

ha spiegato, appoggiati ai bidoni di benzina.

Il dolore li trasfigura. E non si capisce perché,

ha detto Leonardi, dovremmo avere paura

di assisterli, di accoglierli. Fratelli immensamente

fragili e bisognosi di tutto, che fuggono

da guerre, povertà, persecuzioni, morte.

“Ai miei colleghi medici – ha detto Leonardi

– chiedo questo, di dedicare qualche ora del

loro tempo a questa gente. Tutti insieme saremmo

una grande forza”.



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