Il Grande Oriente d’Italia nell’ anniversario della sua scomparsa, avvenuta il 30 agosto 1932 dopo anni di malattia, carcere e confino, ricorda il Gran Maestro Martire Domizio Torrigiani, che guidò l’Ordine dal 1919 al 1925 ed è entrato nella storia come figura simbolo della persecuzione della Massoneria italiana durante il fascismo.
Nato a Lamporecchio il 19 luglio 1876, avvocato, Torrigiani entrò in Massoneria nel 1896 nella Loggia Humanitas di Empoli. Fu eletto ai vertici del Goi per tre volte, nel 1919, nel 1922 e nel 1925. Nel suo discorso di insediamento del 1919, a meno di un anno dalla fine della prima guerra mondiale Torrigiani si presentò come un giovane e ancora poco conosciuto esponente chiamato a guidare una Comunione nella quale intendeva preservare la convivenza delle diverse sensibilità politiche e religiose. Il suo obiettivo era mantenere il Grande Oriente “super partes”, difendendone il carattere di luogo di confronto e di integrazione sociale. Con l’avvento del fascismo, la posizione della Massoneria divenne progressivamente più difficile. Torrigiani cercò inizialmente di mantenere l’Istituzione al di fuori dello scontro tra partiti, ma il rapporto con il regime si deteriorò rapidamente.
Nel febbraio 1923 il Gran Consiglio del fascismo dichiarò incompatibili l’appartenenza alla Massoneria e quella al Partito nazionale fascista. Nel frattempo aumentarono gli assalti squadristi alle sedi massoniche.compreso palazzo Giustiniani sede del Grande Oriente d’Italia. La situazione precipitò nel 1925. Approvata la legge sulle associazioni, il 22 novembre Torrigiani decretò lo scioglimento delle Logge e degli aggregati massonici all’obbedienza del Grande Oriente d’Italia. Non si trattò della fine dell’Ordine, ma di una decisione assunta per sottrarre i Fratelli alle ritorsioni e alle violenze del regime. Il Grande Oriente continuò infatti la propria vita in condizioni di clandestinità ed esilio.
Nel 1926 Torrigiani si trasferì in Costa Azzurra, ufficialmente per motivi di salute. Tornò in Italia nell’aprile 1927, mentre era in corso il processo contro Tito Zaniboni e Luigi Capello, entrambi condannati a trent’anni con l’accusa di aver progettato un attentato contro Mussolini.
Il giorno successivo alla sentenza Torrigiani venne arrestato. Dopo il passaggio nel carcere romano di Regina Coeli, fu condannato a cinque anni di confino e inviato a Lipari, dove rimase fino all’ottobre 1928. Le sue condizioni di salute peggiorarono gravemente: soffriva di una patologia agli occhi che lo avrebbe portato quasi alla cecità. Per questo venne trasferito a Ponza, dove trascorse gran parte degli anni successivi sottoposto a stretta sorveglianza.
Ma anche al confino Torrigiani non rinunciò alla propria identità massonica. Tra il giugno e il luglio del 1931 contribuì alla nascita a Ponza della Loggia clandestina “Carlo Pisacane”, costituita da massoni confinati politici e guidata come maestro venerabile da Placido Martini. Martini e un altro componente della loggia, Silvio Campanile, sarebbero stati successivamente uccisi alle Fosse Ardeatine nel 1944.
Il 21 aprile 1932 Torrigiani fu sottoposto a libertà vigilata. Le sue condizioni erano ormai estremamente precarie. Gravemente malato, si ritirò nella villa di famiglia a San Baronto, dove morì la sera del 30 agosto 1932. La sua morte ebbe un’eco significativa anche nella Massoneria internazionale. Secondo le ricostruzioni e le cronache dell’epoca i funerali si svolsero in un clima di forte intimidazione, con la presenza della milizia fascista e il divieto per familiari, Fratelli e amici di accompagnare liberamente il feretro. Nonostante ciò, alcuni abitanti della zona vollero comunque rendergli omaggio.
Il ricordo di Torrigiani si lega così non soltanto alla storia del Grande Oriente d’Italia, ma a quella più ampia della difesa della libertà di associazione e di pensiero negli anni della dittatura. Le sue carte, comprendenti scritti, corrispondenza, fotografie e documenti, sono oggi conservate presso l’Istituto storico della Resistenza in Toscana. La sua vicenda, segnata dalla persecuzione, dal confino e dalla malattia, è rimasta nella memoria massonica internazionale come testimonianza di una stagione nella quale il Grande Oriente d’Italia fu costretto all’esilio e alla clandestinità, senza tuttavia interrompere la propria continuità ideale.Domizio Torrigiani rimane per il Grande Oriente d’Italia una figura emblematica di quella stagione: un uomo che, nel momento più difficile, scelse di difendere la libertà e la dignità dell’Istituzione fino alle estreme conseguenze.
