“Camminare in Toscana”: un viaggio (per ora virtuale) alla scoperta dei cipressi e delle acacie/SportChianti.it

Per chi pensa che la globalizzazione sia solo “gioia o dolore di oggi” mi spiace informare che non è affatto così e “contaminazioni” tra popoli ci sono sempre state. Il cipresso, per molti sarà una sorpresa, non è originario della Toscana. Proviene dal Medio Oriente e dal Mediterraneo Orientale. L’Isola di Cipro, dove ve ne sono in abbondanza, prende il nome proprio da questo albero.
Il cipresso nel suo habitat naturale può raggiungere anche i 30/40 metri di altezza. Le foglie sono squamose di colore scuro, grigio e argenteo. Difficilmente qui da noi si riproduce perché non ci sono condizioni adatte e quindi dobbiamo pensare che praticamente ovunque ci sia un cipresso, che sia su un viale o in un bosco, questi sono sempre frutto dell’intervento dall’uomo.
I semi del cipresso risiedono dentro quella che noi toscani chiamiamo “gazzozzola” , una sorta di piccola pigna legnosa e sferica che si apre solo quando la pianta sentirà che è finito il caldo estivo.

Indovinate perché? Perché anche gli alberi sono dotati di una loro propria “intelligenza” e i semi saranno ben protetti dentro la pigna fino a quando non sarà passato il periodo del rischio di incendi. Incredibile ma vero !
Sotto il cipresso non nasce praticamente nulla. Sapete perché ? Perché questo albero (come molti altri) sprigiona dalle foglie e dalle radici delle sostanze per difendersi dalla erbe infestati. Un diserbante naturale.
Le leggende che avvolgono il cipresso sono tantissime. Una delle più belle è certamente la leggenda di Ciparisso, figura mitologica dell’antica Grecia, che per sbaglio uccise con una freccia il suo amato cervo.
Disperato e tormentato dal rimorso, chiese perdono al dio Apollo, supplicandolo che il quel dolore durasse in eterno. Apollo allora si commosse e lo trasformò in un albero, un cipresso appunto, le cui gocce di resina che colano dai rami pare siano le lacrime di Ciparisso.
Il cipresso è legato, fin dall’epoca etrusca, al culto dei morti e ai cimiteri. Questo non solo perché la forma così allungata al cielo e il colore così scuro si adattano bene alla nostra idea della morte e resurrezione dell’anima, ma anche per una caratteristica tecnica dell’albero. Infatti le radici sono “a fittone”, (tipo carota per intenderci) e questo fa si che, nei cimiteri, le radici non andassero a interferire con le sepolture riportando in superficie i corpi. Un albero cupo e serio, spesso solitario, che invita alla riflessione e al raccoglimento.

In Toscana sono famosi i viali di cipressi, dal lungo e dritto viale di San Guido che poeticamente conduce Bolgheri , cantato da Giosuè Carducci, fino ai secolari cipressi che costeggiano il lungo viale del Giardino di Boboli a Firenze. Piantati uno in fila ad un altro lungo le vie di accesso alle ville degli antichi signori sono stati e sono ancora oggi simbolo di sfarzo, importanza e ricchezza di quella famiglia. Piantati singolarmente e a regolare distanza sulle creste delle nostre dolci colline, diventano nel Medioevo segnavia per i pellegrini e viandanti nella ricerca del loro orientamento terreno e spirituale.
Famosi sono in Toscana i cerchi di cipressi, protagonisti delle più belle cartoline della Val d’Orcia. Boschetti che diventano per i viandanti un rifugio dal vento e dal freddo dell’inverno e un accogliente luogo di sosta, fresco e ombroso nelle giornate estive.
Luogo di bella biodiversità e di accoglienza per tanti piccoli uccelli, roditori, mammiferi , che qui, tra la fitta vegetazione, possono trovare un luogo sicuro per piccole tane e nidi sicuri.
La resina è straordinariamente profumata. L’albero la rilascia come disinfettante e cicatrizzante per le proprie ferite e per impedire attacchi di funghi ed insetti. L’olio essenziale di cipresso è molto balsamico ha proprietà antinfiammatorie, un toccasana per raffreddori, tosse e bronchiti.
Tra i più bei cipressi monumentali della Toscana vi segnalo il cipresso della Villa Medicea La Petraia a Firenze, antecedente al 1800, con un’altezza di 28 metri e una circonferenza di 5,40 metri.
Un altro albero molto importante e un po’ “invadente” in Toscana è sicuramente la Robinia o Acacia, da noi detta anche “cascia”. L’acacia è un grande albero ornamentale che in questa stagione si veste di una fioritura bellissima di pendenti grappoli bianchi, simili al glicine e al pisello, molto profumata e spettacolare.
Mi spiace per tutti quelli che sono poco simpatizzanti della globalizzazione ma di nuovo devo raccontare che l’acacia, benché oramai naturalizzata e presente in grande quantità nella nostra regione, non è un albero nostro. Proviene dal Nord America ed è stato portato qui inizialmente a scopi ornamentali. Il primo esemplare arrivato a Firenze è stato piantato nel 1788 nel giardino botanico dell’Arciospedale di Santa Maria Novella e poi trapiantato al Giardino dei Semplici.
Da quel momento, in poco tempo, la robinia ha invaso, nel bene e nel male, viali, giardini, boschi. Facile da coltivare e velocissimo nella crescita, con radici che tengono ben saldo il terreno, è stato ed è tutt’ora, molto utilizzato per mettere in sicurezza e rendere più stabili le massicciate di terra lungo strade e ferrovie. Molto usato per il legno e per i rimboschimenti dopo incendi.
Inoltre la sua presenza, se pur problematicamente invadente, rende più fertile il terreno perché, come tutte le piante della famiglia delle leguminose , alla quale appartiene, ha “poteri di azotofissazione” per il terreno.
Anche l’acacia è protagonista di tante storie e affascinati leggende.
Nella Bibbia si narra che l’Arca di Noè venne costruita utilizzando legno di acacia e che quando Dio si presentò a Mosè per donargli le tavole della legge, lo fece sotto forma di grande cespuglio di robinia ardente. Molti sacri fuochi erano accesi con questo legno per esempio per cremare antichi re e sacerdoti. Per gli egiziani l’albero di acacia, legato al culto di Osiride, aveva un valore iniziatico e di rinascita a nuova vita.

Passando a tempi più moderni, il ramo di foglie di robinia, simbolo di rinascita, è stato scelto come proprio simbolo dalla Massoneria, una famosa confraternita segreta che, semplificando al massimo, ha come scopo il reciproco appoggio e la crescita morale nel mondo del lavoro e nella società.
Sapevate poi che Giuseppe Garibaldi aveva espresso la volontà di essere cremato su una pira di rami di acacia? Voleva forse rinascere?
L’acacia fiorisce proprio in questo momento dell’anno, tra fine aprile e maggio. Una fioritura non solo spettacolare per i nostri occhi ma anche importantissima per le nostre api che riescono ad accumulare tanto miele per la loro fragile sopravvivenza e per donarlo a noi attraverso il saggio operato dell’apicoltore. Il miele di acacia, per il sapore delicato e il colore chiaro, è uno dei più apprezzati nel mondo.
Non solo le api vanno ghiotte di questo fiore ma anche noi umani. Infatti qui in Toscana, nel mese di maggio, è usanza antica friggere in pastella i fiori che hanno il gusto dolce del nettare. Ci sono tante sagre in giro che propongono questa particolarità culinaria sicuramente da provare.
Eleonora Grechi – Guida Ambientale Escursionista
www.leviedelchianti.it



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