8 febbraio 1600. Giordano Bruno viene condannato al rogo. Nove giorni dopo verrà arso vivo in Campo de’ Fiori a Roma

Maiori forsan cum timo­re sententiam in me fertis quam ego ac­cipiam”. “Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla“. Giordano Bruno si rivolse con queste parole al Tribuna­le dell’Inquisizione che lo condan­nava a morte per eresia. Non aveva abiurato e la sentenza, che gli venne letta l’8 febbraio 1600, era ormai ir­revocabile. Nove giorni piu’ tardi il filosofo nolano venne arso vivo in Campo de’ fiori a Roma, dove fu portato con la bocca serrata dalla mordacchia, per­ché non parlasse. E nell’anniversario del suo martirio il Grande Oriente d’Italia ogni anno gli rende uno specia­le tributo.

Dal carcere Tor di Nona, dove si trovava rinchiuso, il 17 febbraio del 1600 Bruno percorse a piedi via dei Banchi Nuovi e poi via del Pellegrino fino al luogo del sup­plizio, dove lo attendeva il boia, nel punto preciso dove oggi sorge il suo monumento. Intorno una folla di gente, accorsa ad assistere allo spet­tacolo atroce della sua morte in una città che festeggiava l’anno giubila­re. A provocarne l’arresto era stata la denuncia per eresia presentata al Tribunale dell’Inquisizione vene­ziano il 23 maggio 1592 da Guido Mocenigo, appartenente ad una delle piu’ potenti famiglie della città lagunare, che ospitava il filosofo al quale aveva chiesto di insegnargli le sue tecniche di memoria. Il pro­cesso si celebrò subito dopo. Bruno subì sette interrogatori, al termine dei quali chiese perdono alla corte appellandosi alla sua clemenza. Ma il Sant’Uffizio domandò al senato veneziano di avocare a sé la causa in considerazione della gravità delle accuse e così Bruno il 27 febbraio 1593 venne trasferito a Roma.

Nell’aprile del 1596 venne addirit­tura istituita una commissione com­posta da sei teologi con il compito preciso di valutare i testi del dome­nicano e di estrapolarne tesi e po­sizioni che potessero dimostrarne la colpevolezza. Nel 1597 sui libri di Bruno calò la scure della censura. È in questa fase che viene chiamato a cercare una possibile via d’uscita all’impasse in cui versa il procedi­mento, il cardinale Roberto Bellar­mino, che sarà poi anche il grande protagonista del caso di Galileo Ga­lilei.

Teologo gesuita e futuro santo, fu lui ad avere l’idea di sottoporre a Bruno alcune proposizioni sicura­mente eretiche estratte dagli atti del processo chiedendo all’imputato di confermarle o abiurarle. Un verba­le della Congregazione dell’Uffizio della Santa Inquisizione attesta che alla data del 21 dicembre 1599, Bru­no, visitato in carcere, dichiarava quod non debet nec vult rescipi­scere, et non habet quid recsipiscat nec habet materiam rescipiscendi, et nescit super quod debet rescipi­sci (che non deve né vuole pentirsi e non ha di che pentirsi né ha materia di pentimento, e non sa di che cosa debba pentirsi). Il 20 gennaio 1600 il papa ordinò che venisse emessa la sentenza, che fu letta a Bruno lo stesso giorno in cui venne condotto al rogo.

Il giornale dell’Arciconfraternita di S. Giovanni Decollato in Roma così diede notizia dell’esecuzione della condanna: “Alle date del 16 e 17 febbraio 1600 risulta registrato l’im­pegno della Compagnia a seguire l’esecuzione di Giordano, del q. (= quondam, cioè fu) Giovanni Bru­ni frate apostata da Nola di Regno (cioè del Regno di Napoli), eretico impenitente (…) E tanto perseverò nella sua ostinazione che da ministri di giustizia fu condotto in Campo di fiori, e quivi spogliato nudo e legato a un palo fu bruciato vivo”. Mentre sugli Avvisi pubblici di Roma alla popolazione datati 19 febbraio 1600 si leggeva: “Giovedì fu abbrugiato vivo in Campo di Fiore quel frate di S. Domenico, di Nola, eretico per­tinace, con la lingua in giova, per le bruttissime parole che diceva, senza voler ascoltare né confortatori né altri”. La “lingua in giova” era una pena inflitta ai bestemmiatori e con­sisteva in un chiodo ricurvo confic­cato nella lingua. “Giovedì mattina in Campo di Fiore fu abbruggiato vivo quello scelerato frate domeni­chino di Nola (…) eretico ostina­tissimo, ed avendo di suo capriccio formati diversi dogmi contro nostrafede, ed in particolare contro la SS. Vergine ed i Santi, volse ostinata­mente morire in quelli lo scelerato; e diceva che moriva martire e volen­tieri, e che se ne sarebbe la sua ani­ma ascesa con quel fumo in paradi­so. Ma ora egli se ne avede se diceva la verità”.

Bruno era nato nel 1548. Fu giusti­ziato perché aveva osato teorizzare che Dio è nella natura di tutte le cose e la terra è dotata di un’anima immortale, così come l’essere uma­no e le stelle hanno natura angeli­ca… che il valore dell’uomo non è nel possesso della verità né nel suo saperla imporre ma nella costante ricerca di essa attraverso quell’eroi­co furore che rende libera l’umanità.

Giordano Bruno, da sempre icona indiscussa di libertà per la Masso­neria, entrò a far parte, insieme a Dante Alighieri, dei miti fondanti del nuovo stato italiano, laico e uni­tario, nato dal Risorgimento, dopo la ripubblicazione delle sue opere voluta dal ministro dell’Istruzione Francesco De Sanctis e dal gran­de successo che esse riscossero tra i giovani universitari che nel 1876 lanciarono l’idea di un monumento da intitolargli. Iniziativa sostenuta con forza anche dal Grande Orien­te d’Italia.

Fu non a caso lo sculto­re Ettore Ferrari, libero muratore e futuro Gran Maestro, a realizzare la statua che sorge sulla piazza dove Bruno fu arso vivo, e che da allora è un faro nella notte che ci indi­ca la via della ricerca della verità. Lunga e travagliata fu comunque la realizzazione del monumento. Fin da subito il progetto scatenò una interminabile diatriba politica e no­nostante i compromessi iconografici che Ferrari fu costretto ad accettare, la luce verde del Comune di Roma si fece attendere. L’inaugurazione ebbe luogo il 9 giugno 1889. Un corteo di duemila persone sfilò dalla stazione Termini fino a Campo de’ Fiori. Tutte le logge romane erano presenti con i loro labari.



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