31 ottobre 1924. L’assalto delle camicie nere a Palazzo Giustiniani, all’epoca sede del Goi

A sancire l’incompatibilità tra fascismo e Massoneria fu con un documento approvato per acclamazione il congresso fondativo del pnf, che si tenne a Roma nel novembre del 1921. Da quel momento ebbero inizio le persecuzioni nei confronti dei liberi muratori e le devastazioni dei templi del Grande Oriente.  Il giornale “Cremona Nuova”, controllato dal gerarca Roberto Farinacci, lancio’ in questa circostanza anche un invito alle autorità ad entrare in possesso degli elenchi dei nomi dei massoni per “fucilarli in massa, come traditori della patria” mentre a Firenze il Direttorio del Fascio pubblicò un manifesto in cui si proclamava: “Noi dichiariamo guerra a questa associazione di codardi e vogliamo fare il nostro dovere, liberare finalmente l’Italia da questi acerrimi  nemici”. Una guerra che nell’estate e autunno del 1924 le camicie nere misero in atto, prendendo di mira tutte le sedi massoniche italiane… Torino, Pistoia, Lucca, Livorno, Siena, Firenze, Bari ed Ancona. E poi Venezia, i cui arredi sequestrati alle logge vennero esposti nella casa del fascio, Roma, Milano e Palermo. Un’ondata di violenze che culminò il 31 ottobre di quell’ anno nell’assalto a Palazzo Giustiniani.

A darne testimonianza diretta in una nota che riportiamo di seguito Giuseppe Leti, che in quel momento si trovava nella sede del Grande Oriente. Violenze che  non si fermarono, ma proseguirono nei mesi successivi fino ad raggiungere un altro acme il 3 ottobre del 1925 durante la notte di San Bartolomeo nella quale si consumò a Firenze una vera e propria caccia al massone e il fratello Giovanni Becciolini venne trucidato.

Ecco il resoconto di Giuseppe Leti,  riportato nel fascicolo “Il Supremo Consiglio dei 33 per l’Italia e le sue colonne. Appunti di critica storica” datato Parigi 1932

Si iniziarono poi i tentativi – che furono parecchi – di invadere e devastare addirittura palazzo Giustiniani.  Quello più energico e più in forze fu del 31 ottobre dello stesso anno (1924 ndr). Ne diedero notizia i giornali di opposizione, che tra mille difficoltà e pericoli si stampavano ancora, e traggo la cronaca dalla «Rivista massonica» di quel mese:  «Esso si è sferrato sul tardo pomeriggio del 31 ottobre, dopo che all’Augusteo era stato tenuto il comizio conclusivo della celebrazione del secondo anniversario della marcia su Roma». Dopo varii oratori, tutti naturalmente fiammeggianti, parlò il capo del governo, più acceso che mai.  Continua il resoconto: «Subito dopo le ore 19, alcuni scaglioni preceduti da camions di squadristi, armati di pugnali e di rivoltelle, sboccarono sulla piazza del Pantheon dalle vie adiacenti, precipitandosi, con alti clamori e con grida di abbasso e di. morte, verso palazzo Giustiniani, mentre altri fascisti si aggruppavano a piazza san Luigi dei Francesi».Cordoni di truppa, cariche di cavalleria, sparatoria di rivoltelle in aria ebbero ragione solo tardissimo del fanatismo delittuoso degli avversarii. Frattanto alcuni fascisti, che si trovavano su di un camion in via Giustiniani, arrampicandosi alle inferriate di alcune finestre, riuscirono a raggiungere un balcone. Intervenuti prontamente i carabinieri, il tentativo rimase frustrato».

Mentre si svolgeva quella gazzarra, che ebbe varii feriti, nel gabinetto di Ferrari era riunita, per i suoi ordinarii lavori, la giunta esecutiva del supremo consiglio: sei fratelli, compreso il gran commendatore. Ad un tratto, vedemmo spalancarsi dal di fuori una doppia persiana che dava su un balcone della nostra stanza, ed apparire, dietro i vetri della fenestra, che era chiusa, due individui in camicia nera e beretto, che si accingevano a forzare la fenestra per penetrare nell’ interno.

Parecchi di noi si levarono in piedi, pronti a respinge l’assalto: dente per dente. Ma Ferrari, calmo, sereno, indifferente a quanto stava accadendo di fuori, ci richiamò: «Che fate, fratelli miei? L’ordine del giorno non è esaurito; sedete, procediamo nei nostri lavori!». E edemmo tutti di nuovo attorno a lui, ammirando l’esempio di forza morale e di fiducia in sè stesso che ci dava il vecchio capo.

I lavori continuarono.Le due camicie nere, forse impressionate dalla nostra serenità, o temendo il peggio, rifecero la via e discesero in istrada, lasciando sul pavimento del balcone le traccie del proprio sangue, chè si erano feriti al ferro spinato fatto mettere dal nostro Capello ai balconi per prima difesa contro gli assalti.

Quando, sul tardi, terminata la seduta della giunta, Ferrari, Canti, Capello, altri due ed io, uscimmo dal palazzo, fuori stazionavano solo il commissario di polizia con buon nerbo di agenti, e un certo numero di camicie nere ivi attardatesi forse per curiosare. Tutti ci fecero largo, e molti salutarono con deferente rispetto le coscienze tranquille, che procedevano indifferenti per le loro case rispettive.

Scheda

Iniziato alla Massoneria nella loggia Rienzi di Roma il 18 maggio 1897, Giuseppe Leti aderì al Rito Scozzese Antico e Accettato, ricoprendo via via tutte le cariche importanti di quel Rito, sino a quelle di Gran Segretario Cancelliere e Luogotenente Sovrano Gran Commendatore. Strenuo oppositore del fascismo, Leti decise nel 1926, come molti confratelli, di andare in esilio, stabilendosi prima in Polonia e poi in Francia, dove svolse un ruolo di primo piano nella organizzazione di quella “concentrazione antifascista” nata a Parigi nell’aprile del 1927, e destinata a svolgere un ruolo importante nell’opposizione al fascismo. Nel 1929, poco prima della sua morte, Ettore Ferrari lo designò con una lettera del 30 maggio, Leti quale suo successore nel ruolo di Sovrano Gran Commendatore del Rito Scozzese Antico e Accettato, e gli trasmise tutti i suoi poteri, sottolineando che così Leti avrebbe potuto ricostituire il Grande Oriente d’Italia. Il giorno successivo Ferrari informò della sua decisione con una lettera circolare i fratelli italiani. Già nel novembre del 1929, Leti, che nel frattempo si era iscritto alla Loggia Italia (450) all’Obbedienza della Grande Loge de France, insieme con Eugenio Chiesa, Cipriano Facchinetti, e ad altri fratelli italiani costituiva a Parigi la Loggia Giovanni Amendola, primo nucleo del ricostituendo Grande Oriente d’Italia. Il successivo 12 gennaio 1930 in un locale del Boulevard St. Denis si teneva, presieduta dal Sovrano Gran Commendatore Giuseppe Leti, l’assemblea costitutiva del Grande Oriente d’Italia in esilio, realizzando così l’auspicio dell’ex Gran Maestro Ettore Ferrari.Giuseppe Leti morì a Parigi il 1° giugno 1939.



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