1860-1885
La Rinascita della Massoneria nell’Italia unita

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La rinascita della massoneria italiana avvenne a Torino alla fine del 1859, dapprima con la fondazione della loggia «Ausonia» e, successivamente, con la creazione del Grande Oriente Italiano (GOI). Parlare di una nuova obbedienza non è del tutto esatto poiché, come si è visto, era già sorto, nel 1805, un Grande Oriente d’Italia il cui centro era Milano. Le due organizzazioni presentavano tuttavia un’importante affinità concettuale, al punto che l’idea secondo cui l’obbedienza nata in epoca napoleonica costituisse l’origine dell’attuale Grande Oriente d’Italia, inteso come obbedienza che esercita regolarmente la propria autorità massonica sul territorio della penisola, è ormai generalmente accettata. Fu Napoleone, infatti, a voler far sì che si costituisse – come era accaduto in Francia – un Grande Oriente d’Italia, poiché aveva voluto far esistere un Regno d’Italia stimando che a tale nome dovesse corrispondere una realtà politica e statuale.

Nel panorama delle officine che alla fine degli anni cinquanta dell’Ottocento erano sorte nei diversi stati italiani la loggia subalpina si differenziava per il suo proposito, enunciato nel ‘cappello’ introduttivo al primo verbale, di costituire al più presto un organismo massonico in un’Italia unita sotto il nome dei Savoia, così come le vicende belliche verificatesi tra l’aprile e il luglio del 1859 avevano chiaramente indicato. La scelta del nome «Ausonia» – antico nome dell’Italia più volte utilizzato nei documenti carbonari – e quella di appellarsi al Grande Oriente d’Italia del 1805 da parte dei sette «fratelli» torinesi ci conferma non solo la comune frequentazione dei fondatori nelle organizzazioni settarie risorgimentali e l’iniziazione in logge massoniche, ma anche la volontà di considerare l’evento, come ha efficacemente sottolineato Fulvio Conti, una «rifondazione nella continuità»: rifondazione perché tale fu quella fase, non a caso scandita da numerose assemblee costituenti, che prese avvio soltanto allora e che fu contraddistinta dall’imponente diffusione delle logge e dalla creazione di un centro direttivo, vero e proprio strumento di raccordo ed espressione unitaria della volontà dell’Ordine del quale si era soprattutto avvertita la mancanza nel periodo precedente; ma anche continuità, poiché non si verificò una cesura troppo netta con il passato, col quale sopravvissero non pochi legami, sia pur labili, di natura organizzativa e ideologica, come testimoniano le tracce di un’attività oscura ma talora non priva di ambiziosi programmi lasciate da alcune logge o da singoli esponenti del mondo massonico. In base a una serie di testimonianze nel loro complesso attendibili, l’iniziativa torinese ottenne l’appoggio del conte Camillo Benso di Cavour – del quale non è a tutt’oggi stata ancora provata l’iniziazione -, che consentì ai propri collaboratori di aderire alla nuova loggia e di fare della capitale sabauda il centro di aggregazione della futura massoneria nazionale italiana. Tale intento era in primo luogo destinato a soddisfare una diffusa esigenza di unificazione massonica, ma rispondeva tuttavia anche a un’altra finalità implicita nell’iniziativa dell’ambiente cavouriano: quella di imitare la Francia napoleonica sottraendo preventivamente ai repubblicani e ai democratici lo strumento politico, assai efficace a quell’epoca, della strutturazione unitaria di un’organizzazione massonica, collocando alla sua testa un gruppo fidato di moderati e facendone in tal modo un instrumentum regni. Fin dai suoi primi atti, il GOI dichiarò di volersi strutturare nei tre soli gradi di apprendista, compagno (o «lavorante», secondo la dizione utilizzata nell’articolo 5 delle Costituzioni) e maestro, facendo propria la struttura organizzativa del Grande Oriente di Francia, composta da logge che praticavano i primi tre gradi simbolici ed erano riunite in un organismo nazionale denominato Grande Oriente, retto da un Gran Maestro e da una Giunta direttiva o Supremo Consiglio, a sua volta nominato da un’Assemblea generale (Gran Loggia). La scelta di adottare la struttura della più importante obbedienza dei paesi latini assume una valenza di notevole importanza che evidenzia la volontà specifica dei fondatori di costituire non soltanto un organismo ispirato ad alcune loro reminiscenze settarie giovanili e, proprio per la sua struttura ‘riservata’, utile alla lotta per l’indipendenza italiana, ma idealmente e organizzativamente ispirato ai principi della tradizione liberamuratoria. Questi principi, ribaditi in seguito nel corso della Prima assemblea costituente del 1861, erano: la credenza in un Essere Supremo denominato «Grande Architetto dell’Universo» (GADU); la struttura democratica dell’Obbedienza; il rispetto delle leggi dello Stato; la solidarietà; la tolleranza e la non ingerenza dei Riti nella vita dell’Ordine. Sarà proprio quest’ultimo punto, come si vedrà in seguito, a rappresentare una concausa che determinerà la frattura tra le due anime politiche del GOI, rappresentate dai «cavouriani» e dai «democratici».

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Ciò dimostra quanto fosse strategico per i membri iniziali del Grande Oriente d’Italia imprimere una politica moderata al risveglio latomistico italiano, ancorandolo alla tradizione liberamuratoria e difendendolo da un utilizzo che potesse avere finalità rivoluzionarie. Nel biennio 1860-61 la stragrande maggioranza degli aspiranti massoni apparteneva al milieu politicamente impegnato nella Società Nazionale. Se da un lato la comune provenienza culturale e l’attaccamento a un progetto politico liberale moderato consentì – grazie all’omogeneità del suo gruppo dirigente – un lavoro di rafforzamento ed espansione che mise al riparo la nascente organizzazione liberomuratoria da involuzioni rivoluzionarie di matrice repubblicano-mazziniana, dall’altro pose le basi per le contestazioni e la successiva opposizione di quanti, vicini alle correnti democratiche, erano propensi a una organizzazione svincolata da protezioni politiche troppo ingombranti. Il punto di riferimento dei democratici era rappresentato dal Supremo Consiglio del Rito Scozzese Antico e Accettato (RSAA) che nello stesso periodo operava a Palermo, retto da un sistema rituale antagonista a quello dei moderati cavouriani.

Questa difformità di interessi e di obiettivi generò tra i due gruppi un’autentica lotta per ottenere l’egemonia sul movimento massonico nazionale, combattuta rivendicavano la ‘primogenitura’ e avanzando reciproche richieste di sottomissione. La vera causa del dissidio fu tuttavia la diversità ideologica, nonostante la reiterata enunciazione di un totale agnosticismo nelle questioni politiche, e la scelta del rituale fu operata non in base a considerazioni esoteriche ma in base al perseguimento di strategie profane. L’utilizzo del Rito Scozzese da parte dei democratici, noto per la rigidità con cui si accedeva ai gradi superiori e per il diverso coinvolgimento operativo a seconda del grado acquisito, rispondeva inizialmente alla necessità di poter contare su una struttura organizzativa simile a quella delle organizzazioni settarie e quindi di tipo ‘oppositivo’, essendo ancora indefinito il futuro dell’Italia dal punto di vista istituzionale. Viceversa, la struttura a tre gradi (apprendista, compagno, maestro) adottata dai moderati era funzionale a un progetto totalmente incentrato sullo sviluppo degli elementi di mediazione, una sorta di «camera di compensazione» in cui le diverse tendenze politiche potessero agire nella legalità e, pur conservando una loro autonomia d’azione e di giudizio, potessero dimostrare piena adesione alla corona e alle istituzioni. Il GOI, consapevole del pericolo rappresentato dal Supremo Consiglio di Palermo – rafforzatosi con la prestigiosa adesione di Giuseppe Garibaldi -, decise all’inizio del 1861 (anno denso di eventi storici per il neonato regno unitario e per la fragile massoneria) di imprimere una forte accelerazione ai propri programmi, stringendo maggiormente i rapporti con la Società Nazionale e creando, nei nuovi territori annessi al Regno d’Italia, logge che avessero come scopo «la beneficenza e la completa adesione al governo costituzionale di Vittorio Emanuele II». Ciò che non si poteva realizzare politicamente con la Società Nazionale si poteva tentare grazie alla mediazione della massoneria, e cioè unificare sotto un unico progetto formazioni e partiti programmaticamente distanti ma uniti da una comune aspirazione all’indipendenza nazionale e all’emancipazione del popolo italiano. Esisteva un forte parallelismo tra il processo di unificazione del Paese e lo sviluppo della massoneria italiana nel periodo compreso tra la metà del 1859, quando l’Italia era considerata solo un’«entità geografica» composta da sette stati sovrani e la liberamuratoria era praticamente inesistente, e la fine del 1861, quando Vittorio Emanuele II regnava su uno stato ormai unificato e le officine torinesi organizzavano la «prima costituente massonica», cui presero parte i rappresentanti di 21 logge italiane. Confortati dal pieno successo della politica di Cavour, confermata dalla vittoria elettorale del dicembre 1861, i massoni del GOI presero ad accarezzare l’idea di poter legare completamente i propri destini con quello dello statista piemontese, offrendo a questi la suprema carica di Gran Maestro. Il momento era particolarmente propizio, poiché sul piano organizzativo il Grande Oriente italiano si stava ramificando sul territorio nazionale attraverso la creazione di nuove logge o in virtù dell’adesione di logge già esistenti, ma poste all’obbedienza di corpi massonici stranieri. Tuttavia la morte improvvisa di Cavour – avvenuta il 6 giugno del 1861 – fece naufragare il progetto, creando gravi problemi alla nuova Italia e, allo stesso tempo, alla neonata massoneria. La scelta cui era chiamata la dirigenza del GOI diventava a questo punto assai delicata. In primo luogo il Gran Maestro doveva essere un massone regolarmente iniziato, essere un «cavouriano di ferro» e godere di prestigio nazionale – per opporsi efficacemente ai ‘democratici’ riuniti nel centro massonico palermitano – e internazionale – per stringere rapporti con l’estero e ottenere in tal modo il riconoscimento dalle altre obbedienze massoniche; in secondo luogo la sua elezione doveva avvenire il prima possibile, dal momento che la crescita numerica delle logge affiliate al GOI, unita alla concorrenza del gruppo palermitano, rendeva pressante la creazione di un organo direttivo nazionale, i cui compiti erano stati fino a quel momento ricoperti dall’«Ausonia».

Il personaggio che in quel frangente mostrava di possedere tutte queste caratteristiche era Costantino Nigra, ambasciatore a Parigi e amico personale dell’imperatore. Nigra accettò di ricoprire la carica illustrando una sorta di programma che avrebbe dovuto caratterizzare il suo mandato: impegno politico per realizzare l’unità d’Italia; fedeltà al governo e alla monarchia; creazione di logge a Roma e nelle terre irredente; riconoscimento da parte delle altre obbedienze massoniche; vigorosa disciplina interna e costituzione di un patrimonio economico attraverso il regolare pagamento delle quote associative. Finalmente il Grande Oriente italiano aveva il suo primo Gran Maestro, che tuttavia, dopo neppure un mese dall’elezione – spaventato dalla campagna stampa fortemente contraria dei circoli cattolici, che rischiava di compromettere la sua carriera diplomatica -, rinunciò.

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A Nigra succedette Filippo Cordova, eminente figura del liberalismo siciliano che godeva della stima di tutta la dirigenza massonica moderata: sotto la sua Gran Maestranza la giovane istituzione liberomuratoria italiana pose le basi per il proprio riconoscimento internazionale e diede vita a una rivista (la prima pubblicazione massonica della penisola) che, pur cambiando diverse volte il nome, avrebbe continuato a essere pubblicata fino ai giorni nostri, vantando perciò più di 140 anni di anzianità (tenendo ovviamente conto della forzata pausa imposta dal fascismo e di un breve periodo nel secondo dopoguerra durante il quale la rivista non uscì). Fino al 1863 il GOI riuscì nell’intento di costituire un notevole numero di logge sull’intero territorio nazionale – a soli tre anni dalla nascita dell’«Ausonia» poteva contare su ottanta officine alla sua obbedienza – ma, malgrado tali successi interni e internazionali (resi ancora più significativi grazie al patrocinio dato alla nascita di un Grande Oriente ungherese e di uno polacco), tra la fine del 1862 e l’estate dell’anno successivo i massoni democratici, politicamente ispirati da Francesco Crispi, dopo aver preso le distanze dal Supremo Consiglio ‘scozzesista’ agente a Palermo, che si era attestato su posizioni estremiste, cominciarono a guadagnare terreno. In questa delicata fase di crescita emerse la figura di Lodovico Frapolli che, dotato di notevoli qualità organizzative, pose le basi per l’affermazione dei democratici. In breve tempo questi assunse, all’interno della loggia «Dante Alighieri», loggia-madre degli anti-cavouriani, una posizione di assoluta preminenza e, contemporaneamente, pose le premesse per il pieno sviluppo del Rito Scozzese, destinato a culminare successivamente con l’istituzione di un Supremo Consiglio. Se la prima e la seconda Assemblea costituente rappresentarono l’affermazione e l’egemonia della corrente moderata, la terza e, soprattutto, la quarta sancirono la sua debacle: entrambe si tennero sulle rive dell’Arno e Firenze divenne la nuova capitale massonica italiana, anticipando così di alcuni mesi lo spostamento di quella politica. La Costituente massonica tenutasi nella capitale toscana dal 21 al 24 maggio 1864 sancì la totale vittoria dei democratici, che adottarono il nuovo nome di Grande Oriente d’Italia e proclamarono Gran Maestro Giuseppe Garibaldi, assegnando la direzione effettiva dell’Istituzione – col titolo di «presidente provvisorio» – a Francesco De Luca. A quella di Firenze seguì, nel maggio del 1865, l’Assemblea di Genova, in occasione della quale De Luca fu eletto Gran Maestro a pieno titolo. In quel periodo il principale problema che affliggeva i dirigenti del GOI era rappresentato dalla mancata unificazione delle diverse correnti massoniche. Alla massoneria siciliana, che continuava a negarsi alle sollecitazioni unitarie provenienti da Firenze, Garibaldi indirizzò, in previsione dell’imminente nuova Assemblea costituente che si sarebbe di lì a poco svolta a Napoli, un appello in cui, fra le altre cose, veniva ripreso il concetto della funzionalità dell’unità massonica all’unità nazionale italiana, già espresso all’inizio del decennio dai fondatori del centro torinese. Questo gesto non bastò tuttavia a convincere i siciliani (del resto lo stesso Garibaldi non prese parte all’appuntamento, adducendo ragioni di salute). Se fino ad allora le Assemblee avevano dibattuto solo ed esclusivamente problemi statutari e organizzativi, a partire da quella di Napoli, che si svolse nel mese di giugno del 1867, si cominciò a prendere in esame questioni relative a problemi sociali e politici: i primi segnali di cambiamento, come per esempio la richiesta di alcune logge di promuovere una campagna per l’abolizione della pena di morte e la soppressione delle corporazioni religiose, oppure la realizzazione di monumenti e lapidi per celebrare gli eroi del Risorgimento, provenivano dalla base. Al termine dell’assise napoletana, Filippo Cordova fu nuovamente eletto Gran Maestro.

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Tuttavia l’anziano statista siciliano dichiarò subito di non essere in grado di assumere operativamente la carica per ragioni di salute (morì infatti l’anno successivo), così che il peso effettivo della gran maestranza fu assunto da Frapolli. Nel momento in cui quest’ultimo prendeva in mano le redini dell’Istituzione, la parvenza di unificazione raggiunta nel corso della Costituente del 1864 era ormai totalmente contraddetta dalla reale situazione in cui si trovava la massoneria italiana: a Milano si accentravano le logge raggruppate nel Rito Simbolico Italiano, ispirato al razionalismo del filosofo Ausonio Franchi, alias padre Cristoforo Bonavino; a Napoli l’ex arciprete Domenico Angherà guidava un Grande Oriente napoletano; a Palermo, in seguito alle dimissioni di Garibaldi dalla gran maestranza nell’agosto del 1868, al vertice dell’organizzazione siciliana si poneva il mazziniano Federico Campanella, che intrattenne con Mazzini stesso un intenso carteggio nel tentativo di convincere il patriota ad accettare a sua volta la suprema carica del centro palermitano.

L’operazione non riuscì, e per parecchi anni ancora il centro massonico dell’isola, che pur aveva condizionato la propria confluenza nel Grande Oriente d’Italia all’acquisto di Roma capitale, si mantenne indipendente. Nel biennio di attività che svolse nelle vesti di Reggente, Frapolli operò in tutte le direzioni. Già nell’ottobre del 1867 vedeva la luce un volume di statuti e regolamenti da lui stesso redatto, che sarebbe stato approvato dall’Assemblea successiva, tenutasi a Firenze nel giugno del 1869, durante la quale egli fu eletto ufficialmente Gran Maestro. Nello stesso anno Pio IX convocò il primo Concilio ecumenico vaticano, a cui uno spirito bizzarro, il napoletano Giuseppe Ricciardi, contrappose la convocazione a Napoli, nella stessa data, di un Anticoncilio, invitandovi le associazioni del libero pensiero e le ramificazioni più estreme della massoneria: iniziativa accolta con freddezza da Frapolli, che tentò di convincere da parte sua i fratelli a non prendervi parte, ricevendo le critiche dei più accesi anticlericali. Nel luglio 1870 la tensione accumulatasi in precedenza tra Francia e Prussia in ragione delle rispettive esaltazioni nazionalistiche condusse alla dichiarazione di guerra da parte di Napoleone III, cui fece ben presto seguito la clamorosa e inaspettata serie di sconfitte ai danni della Francia, che ritenne allora opportuno ritirare, nel mese di agosto, le truppe stanziate a difesa di Roma. A questo punto la Sinistra italiana riprese a invocare la liberazione della sede pontificia. Il GOI, che si era da poco dotato di un nuovo periodico, la «Rivista della Massoneria Italiana», voluta e organizzata da Frapolli e il cui primo numero era uscito il 30 luglio del 1870, sostenne con vigore la commissione composta da Agostino Bertani, Benedetto Cairoli, Francesco Crispi, Nicola Fabrizi e Urbano Rattazzi che pianificò l’entrata in Roma attraverso la breccia di Porta Pia. Frapolli non visse lo storico appuntamento del 20 settembre nelle vesti di Gran Maestro, dal momento che pochi giorni prima si era dimesso dalla carica e, precedendo Garibaldi, si era recato nella Francia ormai repubblicana per prendere parte alla sua difesa. La repentina decisione produsse ovviamente condizioni di grave imbarazzo per il GOI. Nel breve arco di pochi mesi, tuttavia, la situazione tornò alla normalità grazie all’assunzione provvisoria delle funzioni di Gran Maestro da parte dell’Aggiunto Giuseppe Mazzoni. L’Assemblea di Firenze del maggio 1871, oltreché dell’elezione di Mazzoni a Gran Maestro, si occupò del problema del trasferimento a Roma della sede del Grande Oriente, formulando le direttive per l’Assemblea costituente che l’anno successivo, in conformità con quanto da anni si era andato proclamando, avrebbe dovuto provvedere alla generale unificazione dei gruppi in cui era suddivisa la massoneria italiana. Il cammino era lento ma costante. Le logge del Rito Simbolico erano rientrate nel GOI e parte del Grande Oriente di Palermo aveva deciso di partecipare alla Costituente; altre logge continuavano invece a voler conservare la propria autonomia. Negli stessi giorni in cui venivano diramate le convocazioni di quella che, per i dirigenti del GOI, doveva diventare l’assemblea della definitiva unità della famiglia massonica della penisola, gli italiani ricevettero la triste notizia che il 10 marzo, a Pisa – dove soggiornava in incognito presso i Rosselli -, si era spento Giuseppe Mazzini. Sebbene avesse sempre mantenuto con la massoneria contatti indiretti, egli fu di fatto l’ispiratore di tutta una parte del patrimonio ideologico della liberamuratoria.

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La venerazione con cui Mazzini era stato considerato dalle logge trovò conferma sia nelle grandiose onoranze tributategli a Genova, sia nella diffusione a Roma dei manifesti in suo onore, sia, infine, nelle cerimonie dedicategli nella stessa capitale del Regno: da allora il GOI celebra la commemorazione dei propri defunti il 10 marzo di ogni anno. Il 1872 rappresentò un anno di svolta: a partire da quel momento le vicende della massoneria cominciarono a intrecciarsi con quelle della Sinistra democratica italiana. Le riforme civili e politiche elencate nel cosiddetto «Patto di Roma», voluto da Garibaldi per spingere le forze democratiche della penisola a dotarsi di un programma politico comune (come per esempio il suffragio universale, l’istruzione laica gratuita e obbligatoria, la libertà di coscienza, l’abolizione dell’articolo 1 dello Statuto, il potenziamento delle autonomie locali, l’abolizione delle impopolari tasse sul macinato e sul sale, la riforma del Codice Penale e la cancellazione della pena di morte), facevano interamente

parte del bagaglio culturale del GOI, che stabiliva nel primo articolo delle sue nuove Costituzioni, approvate nel corso di quell’anno, che «la Massoneria ha per scopo il miglioramento e il perfezionamento morale, intellettuale e materiale della umana famiglia col mezzo dell’educazione, dell’istruzione e della beneficenza moralizzatrice. Si applica alle scienze fisiche, studia le questioni sociali senza restrizione di specie o di grado, e si occupa di risolverle con le sole forze intellettuali, tanto individuali che collettive». Tutto ciò nel nome dell’antica formula: Libertà, Uguaglianza, Fratellanza. L’aggregazione di numerose logge professanti riti differenti costrinse il Grande Oriente d’Italia a proclamare la libertà di questi ultimi, benché nel contempo venisse ribadito che il Governo dell’Ordine era indipendente dall’influenza di ogni entità rituale. La questione da risolvere non dovette tuttavia essere così semplice e indolore, se nel 1874 si sentì la necessità di sottolineare nelle Costituzioni che «la Massoneria Italiana, avendo sempre professata la piena e intera libertà dei Riti, pur non discostandosi nei principi, nei mezzi, nel fine, da quanto l’Ordine mondiale professa, adopera e si propone, riconosce e accoglie nel suo seno, con equa parità di diritti e di doveri, le Officine di qualunque Rito vigente e riconosciuto. Ogni Rito segue i propri Statuti». Un altro perentorio richiamo alle Antiche costituzioni di Anderson riguardò invece la credenza nel Grande Architetto dell’Universo (GADU), messa in discussione nel 1872. È utile notare a questo proposito il fatto che, in seguito all’abolizione di tale intestazione da parte del Grande Oriente di Francia nel 1877, la «Rivista della Massoneria Italiana» pubblicherà in successione una serie di accenni piuttosto critici nei confronti di una tale deliberazione.

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Un compito spinoso che Mazzoni dovette assolvere intorno alla metà degli settanta fu l’istituzione di una loggia destinata ad accogliere personaggi di rilievo, in particolar modo uomini politici e funzionari dello Stato, così da poter rispondere all’esigenza di disporre di una camera di decompressione della dialettica politica: una peculiarità in precedenza attribuita alla loggia «Universo», che però in seguito smise di possedere tale specifica connotazione. Nel Grande Oriente Italiano di Torino in un certo qual modo il ‘precedente’ della «Universo» era stato incarnato dalla loggia «Osiride», in cui si riunivano i massimi dirigenti e che, in virtù di tale criterio, selezionava rigidamente le ammissioni (ruolo che verrà assolto nell’età liberale dalla loggia «Propaganda»).

Nel 1877, venne iniziato Adriano Lemmi, personaggio potente e facoltoso e fedele amico di Mazzini, che in più occasioni era ricorso a lui per il finanziamento delle sue imprese (per esempio la spedizione di Pisacane del 1857), al punto da venire soprannominato «banchiere della rivoluzione». L’affiliazione di Lemmi era un indizio che, insieme a tanti altri, indicava la ventata di cambiamento apportata dalla Costituente convocata a Roma dal 24 al 28 aprile 1879. Il governo dell’Ordine eletto in quell’occasione risultò rappresentativo della nuova generazione che, traendo alimento dalle radici risorgimentali dell’Italia unita, avrebbe retto le sorti della Famiglia dall’epoca del trasformismo fino a Crispi e all’età giolittiana, fino a giungere oltre la Grande guerra. In tale contesto anche Adriano Lemmi fu eletto nel Consiglio dell’Ordine, che gli affidò con voto unanime la carica di Gran Tesoriere. Il carattere di svolta e di cambio generazionale della fine degli anni settanta del XIX secolo era stato preannunciato dalla morte, avvenuta il 9 gennaio 1878, del re d’Italia Vittorio Emanuele II, seguita, pochi mesi prima della conclusione del decennio, dal decesso nella sua casa di Prato nel maggio 1880 del Gran Maestro Giuseppe Mazzoni, stroncato da una breve e violenta malattia. A questi successe l’anziano patriota Giuseppe Petroni, un tempo carbonaro e successivamente seguace di Mazzini rinchiuso nelle prigioni papaline dal 1853 al 1870.

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Nel corso della sua gran maestranza il GOI portò a compimento quel processo di riordinamento e radicamento sul territorio iniziato nel 1874 con l’«epurazione – così fu chiamata – di quelle logge e di quei fratelli che non potevano essere considerati membri attivi. La forte caducità delle strutture di base dell’Istituzione aveva condizionato lo sviluppo di un coerente progetto culturale e politico auspicato dai suoi vertici. Con la stabilità organizzativa ed economica e con l’ascesa al potere della Sinistra, il GOI aveva definitivamente abbandonato la concezione di una massoneria intesa come semplice instrumentum regni – cioè come canale di legittimazione del nuovo Stato e di orientamento del consenso dei ceti borghesi emergenti -, per approdare a un’interpretazione molto più dinamica e flessibile che vedeva nel tessuto connettivo delle associazioni

liberomuratorie un potente mezzo per condizionare l’operato governativo in senso liberale e progressista. Parallelamente, la massoneria acquisiva una forma autonoma di penetrazione nella società civile, finalizzata alla diffusione della cultura laica e di un solidarismo pervaso di spirito egualitario e non racchiuso negli angusti limiti della filantropia paternalistica. Una presenza, in ultima analisi, che agiva da elemento moltiplicatore delle istanze partecipative, evidenziando in particolare la stretta correlazione esistente fra intensità della vita associativa e sviluppo delle tendenze politiche democratiche. A partire da quegli anni la massoneria creò o prese parte in modo determinante alla creazione di numerose associazioni di solidarietà allo scopo di risolvere in tutto, o in parte, i numerosi problemi sociali presenti nel Paese. Questo intervento, che interessava vari settori della società, si differenziava notevolmente sia dal filantropismo di stile anglosassone sia dal lavoro svolto dalle pie congregazioni di carità. Il paradigma massonico di solidarietà, infatti, possedeva una forte componente pedagogica e lo scopo principale non era solo quello di migliorare le condizioni di vita dei settori più deboli della società attraverso un sostegno economico, ma anche di creare i presupposti e le basi necessarie per un «autoriscatto» sociale.

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Il GOI diede vita a una rete di contatti radicati territorialmente che si caratterizzerà, almeno fino all’avvento del fascismo, per la moltiplicazione degli interventi nella società civile effettuati attraverso una capillare presenza all’interno dell’associazionismo laico. In questo periodo dinanzi alla massoneria si delinearono chiaramente due settori in cui essa poteva agire con efficacia: nel fervore associazionistico della società civile da una parte e nelle istituzioni statali dall’altra. Tali interventi si inserirono in un campo di forze all’interno del quale esisteva una molteplicità di tensioni provenienti sia dal basso sia dall’alto: dal basso, rispetto allo sviluppo dell’associazionismo dentro il corpo della società civile; dall’alto, rispetto a un percorso istituzionale che privilegiava la dimensione statuale dell’intervento politico. Partendo da questo progetto la massoneria contribuì a «fare gli italiani» ed ebbe un ruolo importante nel processo di costruzione di un’identità nazionale.

Basti pensare ai nomi stessi assunti da molte logge (spesso quelli dei più significativi protagonisti del Risorgimento); alla partecipazione delle officine a riti e feste civili (come quella del 20 settembre, vissuta come coronamento del processo di liberazione nazionale e, nel contempo, come solenne affermazione dello spirito anticlericale); al contributo dato all’elaborazione di una liturgia patriottica fatta di manifestazioni in ricordo di vicende risorgimentali, di inaugurazioni di lapidi e monumenti; o, infine, all’opera di legittimazione del nuovo Stato, svolta nei primi decenni postunitari sollecitando ripetutamente la partecipazione elettorale dei cittadini. Tutto questo avveniva per supplire alla titubanza del potere statale nell’incentivare il culto della nazione: le feste civili, le ricorrenze patriottiche, la monumentalistica dovevano diventare i punti di forza per un’integrazione nazionale fondata su momenti simbolici di particolare intensità emotiva. La massoneria, sostenendo le istituzioni (in particolare dopo l’avvento al potere della Sinistra e negli anni di Crispi) e difendendo la tradizione laica risorgimentale intesa come cemento ideologico dell’idea di nazione, si confrontò con un progetto analogo a quello dello Stato liberale: la costruzione dell’identità nazionale e la definizione di un ambito di riferimento comune, che non fosse soltanto un’appartenenza puramente burocratico-amministrativa. Se nei confronti dello Stato la massoneria si impegnò a colmare un deficit di iniziativa sul piano dell’artificialismo politico, nei confronti della società civile il sodalizio liberomuratorio si rivelò uno straordinario fattore di moltiplicazione dell’associazionismo di solidarietà laico. Esso ebbe un rapporto di osmosi con varie altre forme associative (corporative, mutualistiche, filantropiche, politiche), dalle quali trasse stimoli e risorse umane nella fase della nascita delle logge.

Successivamente innumerevoli furono le aggregazioni sociali di carattere laico e solidaristico, anche di nuova concezione, che videro la luce per iniziativa delle officine massoniche: scuole primarie (serali o domenicali), biblioteche circolanti, università popolari, cooperative di consumo, banche del popolo, società per l’allattamento materno e la distribuzione quotidiana di pane, cucine popolari, ospedali e organismi di assistenza sanitaria, società per la cremazione e per le onoranze funebri laiche, società per la pace e per gli arbitrati internazionali, associazioni per il recupero dei giovani sbandati e di quelli usciti dal carcere; e, inoltre, comitati costituiti per sostenere campagne in favore di temi di rilevanza civile, come quelli per l’abolizione della pena di morte, per l’introduzione del suffragio universale o del divorzio, per la lotta contro la prostituzione e così via. Molte di queste iniziative furono di fatto finalizzate alla realizzazione di un embrionale sistema laico di assistenza che fosse capace di contrastare l’opera svolta dalle associazioni clericali e, nel contempo, diffondesse tra i profani una favorevole immagine dell’Istituzione.

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Ciò si inquadrava, a sua volta, in un più ampio e ambizioso progetto di secolarizzazione e domocratizzazione della società italiana, che inevitabilmente comportò il crescente coinvolgimento del sodalizio nella lotta politica e sociale. Un tale progetto di costruzione di un’identità nazionale nacque all’interno della società civile – attraverso percorsi organizzativi e istituzionali definiti – promuovendo al massimo grado lo sviluppo e l’incremento di una morale e di una coscienza al suo interno. Gli assi portanti di questo progetto erano lo sviluppo scientifico, la crescita culturale della società e la lotta al pregiudizio religioso. Per i dirigenti del GOI, la scienza e l’educazione stavano alla base del progresso dell’umanità e soltanto la totale laicizzazione della dimensione sociale poteva assicurare il funzionamento dell’intero paradigma. La massoneria apportò un notevole contributo all’affermazione delle istanze di laicismo e di apertura al pensiero europeo (specialmente nei confronti della

Francia e dell’Inghilterra), che svolsero un ruolo fondamentale nel processo di ‘svecchiamento’ della cultura italiana soprattutto in una fase in cui si chiedeva al nuovo ceto politico e intellettuale di lavorare per l’unificazione culturale del Paese a partire dalle strutture scolastiche e formative. Non a caso, infatti, proprio i temi pedagogici ed educativi in generale furono al centro degli interessi e delle polemiche dei massoni che intendevano trasmettere alla società italiana una mentalità laica e pragmatica, intesa a svincolare la cultura da ogni intento moralistico o spiritualistico, attraverso un forte impulso allo studio dell’uomo e del suo vivere sociale. Nel corso della seconda metà dell’Ottocento, l’educazione apparve lo strumento indispensabile per costruire una società ispirata a ideali scientifico-positivisti e allo stesso tempo il mezzo più idoneo per produrre una manodopera qualificata e adeguata allo sviluppo del processo industriale. L’istruzione doveva diventare obbligatoria (almeno quella elementare) e di massa e occorreva una profonda riforma della didattica e dei contenuti dell’insegnamento (maggiore spazio alle scienze e ai laboratori, valorizzazione dell’indagine scientifica, educazione all’osservazione, alla sperimentazione, in breve alla mentalità scientifica): questo processo fu tuttavia ostacolato dalla Chiesa cattolica e il conflitto si inasprì, e i massoni si collocarono all’avanguardia dello schieramento anticlericale. Benché il suo obiettivo consistesse nel ridimensionamento, attuabile per tappe successive, dell’influenza del cattolicesimo sulla società e sullo Stato, la massoneria non si configurò però come un movimento antireligioso; essa non combatté la religione cattolica in quanto tale, ma le tradizioni e i pregiudizi espressi dalla Chiesa, considerati come ostacoli posti sulla strada del progresso della scienza e della società civile, cercando di dividere la conoscenza della realtà naturale da ogni riferimento metafisico-religioso. La reazione della Chiesa a tale paradigma si manifestò con grande evidenza nell’enciclica antimassonica Humanum genus, emanata da papa Leone XIII il 20 aprile 1884. Lamentando ancora una volta la fine del potere temporale, il pontefice ne attribuiva la colpa principalmente alla setta massonica, accusata di ogni nefandezza (specialmente di colore politico). I massoni italiani inscenarono contro l’enciclica numerose manifestazioni di protesa, sicché fu questa l’epoca in cui il tradizionale anticlericalismo delle logge giunse all’acme. In un tale clima si concluse senza drammi la gran maestranza di Giuseppe Petroni: l’Assemblea riunitasi a Roma nel gennaio del 1885, alla quale prese parte, fra gli altri, anche Francesco Crispi, elesse il suo successore nella persona di Adriano Lemmi.
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