Tavola rotonda. “Italia, per chi non si arrende”

La testimonianza di due medici in prima linea come volontari nelle zone più disagiate del mondo: Manlio Leonardi, che presta assistenza agli immigrati che arrivano sui barconi nel Canale di Sicilia e Fabrizio Pulvirenti, l’italiano contagiato e guarito dall’Ebola. E la storia di Ludovico, raccontata dal Gran Maestro Stefano Bisi, la storia di un “lupetto” salvato da una catena di solidarietà che si è messa in moto subito anche a grandissima distanza dall’Italia

La scienza senza umanità non va da nessuna parte. E’ questo il messaggio che i due medici italiani entrambi di Catania, in prima linea come volontari per far fronte all’emergenza umanitaria nelle zone più disagiate del mondo, hanno lanciato dalla Gran Loggia di Rimini, dove hanno partecipato alla tavola rotonda “Italia, per chi non si arrende”. Sono Manlio Leonardi, che presta assistenza agli immigrati che arrivano sui barconi nel Canale di Sicilia e Fabrizio Pulvirenti, l’infettivologo noto per essere il paziente numero zero, il primo italiano contagiato e guarito dal virus dell’Ebola. Due storie di “eroi del nostro tempo” come li ha definiti il Gran Maestro Stefano Bisi, “due esempi viventi di coraggio” e di “grande umanità”, come quella, ha raccontato, che ha consentito di salvare la vita a un “lupetto”, così si chiamano i figli dei Fratelli, vittima di un incidente mentre era negli Stati Uniti, lontanissimo da casa. Per lui, ha detto il Gran Maestro, si è subito messa in moto una catena di solidarietà e Ludovico, questo il suo nome, è riuscito a tornare in Italia, a Milano, dove si sta sottoponendo a cure importanti. All’uomo, che ha fatto l’impossibile per salvargli la vita, e che è un fratello di origini abruzzesi che vive negli Usa e si chiama Antonio Salce, è stata consegnata una medaglietta, una “Giordano Bruno”.

Uomini che hanno messo a servizio degli altri la propria vita. “Fare il medico è una missione, fare il volontario è una vocazione.”, ha detto Pulvirenti svelando che la sua passione per l’Africa è nata quando era all’università e studiava le malattie tropicali. Una passione che lo ha portato con Emergency in Sierra Leone a prestare soccorso in un ospedale da campo ai malati di Ebola fino ad essere contagiato dal virus. Un virus, di cui è portatore il fruit bat, una specie di pipistrello erbivoro, ha spiegato il medico, e che fino a poco tempo fa colpiva soltanto villaggi remoti. Focolai circoscritti. Poi sono arrivati i cinesi, ai quali alcuni paesi africani hanno venduto i diritti estrattivi. I cinesi hanno costruito autostrade per portare il loro bottino fino ai porti e l’ebola non è stata più controllabile. Ha viaggiato sui camion propagandosi disastrosamente. Ora l’epidemia si sta riducendo e si prevede che si esaurisca entro agosto. “Sono stato sottoposto a quattro dei cinque trattamenti sperimentali -ha riferito Pulvirenti- ma dalla mia esperienza personale e da quella che ho potuto osservare in Africa, deduco che ci si riesce a salvare soltanto se si rimane in vita oltre il decimo giorno. E se sono salvo, per quanto mi riguarda, lo devo ai colleghi dello Spallanzani che mi hanno sottoposto a terapia intensiva”. Paura? “No, essermi ammalato come medico mi ha dato una marcia in più. Ho dato la mia disponibilità a tornare in Africa. Ma spero che non sia necessario, spero che l’emergenza rientri definitivamente”.

E’ stato tra i poveri dei poveri di Haiti, colpiti dal terremoto del 2010, e oggi presta il primo soccorso nel Canale di Sicilia agli immigrati che arrivano sui barconi. Manlio Leonardi, medico ortopedico, volontario del Corpo italiano di soccorso dell’Ordine di Malta ha descritto i volti della disperazione, gli sguardi “che in silenzio chiedono aiuto”, la sua commozione ogni volta. “Spesso sono assiderati, spesso sono ustionati perché viaggiano appoggiati a bidoni di benzina. Non dobbiamo avere paura di assisterli -ha detto Leonardi- dobbiamo tendere loro la mano”. E ha lanciato la sua proposta. Ha fatto appello ai colleghi che operano sul territorio ad aprire i loro studi e a dedicare parte del loro tempo a chi, come questi uomini, queste donne e questi bambini, arrivano da lontano, fuggendo da guerre, povertà e miseria.

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