Il 27 gennaio, data simbolo della liberazione del campo di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa nel 1945, non rappresenta soltanto il momento in cui al mondo fu svelato l’orrore della Shoah, ma segna anche l’inizio di una nuova coscienza giuridica e morale. Da quelle immagini di corpi ridotti alla fame e di vite annientate da un sistema fondato sull’odio e sulla disumanizzazione, nacque l’esigenza di superare definitivamente l’idea che la guerra e i suoi crimini potessero essere assorbiti dall’oblio. Il mondo comprese che la civiltà stessa era stata ferita e che il diritto non poteva più restare neutrale o impotente. È in questo contesto che si colloca il Processo di Norimberga, apertosi il 20 novembre 1945 e destinato a durare fino al 1º ottobre 1946. Per la prima volta nella storia moderna, un tribunale internazionale si arrogava il diritto e il dovere di giudicare non uno Stato, ma uomini concreti, chiamati a rispondere personalmente di crimini contro la pace, di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità. Sul banco degli imputati sedevano figure che avevano incarnato il potere assoluto del Terzo Reich: Hermann Göring, Rudolf Hess, Alfred Rosenberg, Albert Speer e altri protagonisti di un sistema che aveva trasformato l’ideologia in sterminio e la burocrazia in una macchina di morte.
La responsabilità personale
Il 21 novembre 1945, il procuratore capo Robert H. Jackson pronunciò davanti al Tribunale Militare Internazionale una Dichiarazione di apertura destinata a rimanere una delle più alte testimonianze giuridiche e morali del Novecento. Jackson, libero muratore iniziato nella loggia Mount Moriah di Jamestown, nello Stato di New York, parlò con la piena consapevolezza che quel processo non riguardava soltanto gli imputati, ma il futuro stesso della civiltà. Egli affermò che le ingiustizie e gli orrori perpetrati dal nazismo erano stati così devastanti da non poter essere ignorati, perché l’umanità non avrebbe potuto sopportarne la ripetizione. Parole nelle quali risuonava un principio fondamentale della tradizione massonica: la legge deve essere al servizio della ragione e della dignità umana, non della forza e della vendetta. Jackson chiarì che Norimberga non era un atto di rivalsa dei vincitori, ma uno dei tributi più alti che il potere avesse mai pagato alla ragione. Quattro grandi nazioni, vincitrici e ferite dalla guerra, avevano scelto di sospendere la mano della vendetta per affidarsi al giudizio della legge. Questo passaggio segnò una rottura radicale con la prassi storica del “perdono e dell’oblio” che, fino ad allora, aveva caratterizzato i trattati di pace. La Massoneria, da sempre impegnata nella costruzione di un ordine fondato su libertà, uguaglianza e responsabilità morale, trovava in quella scelta una delle sue più alte realizzazioni storiche.
Il Processo di Norimberga sancì un principio rivoluzionario: il diritto internazionale non poteva più limitarsi a regolare i rapporti tra Stati, ma doveva raggiungere gli individui che, in possesso di un potere enorme, lo avevano usato in modo deliberato e concertato per diffondere il male. In questo senso, Norimberga rappresentò la sconfitta definitiva dell’idea secondo cui l’obbedienza agli ordini potesse giustificare qualsiasi crimine. La responsabilità personale divenne un nuovo perno giuridico, destinato a influenzare la nascita delle Nazioni Unite e, pochi anni dopo, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 10 dicembre 1948
La responsabilità personale
Il 21 novembre 1945, il procuratore capo Robert H. Jackson pronunciò davanti al Tribunale Militare Internazionale una Dichiarazione di apertura destinata a rimanere una delle più alte testimonianze giuridiche e morali del Novecento. Jackson, libero muratore iniziato nella loggia Mount Moriah di Jamestown, nello Stato di New York, parlò con la piena consapevolezza che quel processo non riguardava soltanto gli imputati, ma il futuro stesso della civiltà. Egli affermò che le ingiustizie e gli orrori perpetrati dal nazismo erano stati così devastanti da non poter essere ignorati, perché l’umanità non avrebbe potuto sopportarne la ripetizione. Parole nelle quali risuonava un principio fondamentale della tradizione massonica: la legge deve essere al servizio della ragione e della dignità umana, non della forza e della vendetta. Jackson chiarì che Norimberga non era un atto di rivalsa dei vincitori, ma uno dei tributi più alti che il potere avesse mai pagato alla ragione. Quattro grandi nazioni, vincitrici e ferite dalla guerra, avevano scelto di sospendere la mano della vendetta per affidarsi al giudizio della legge. Questo passaggio segnò una rottura radicale con la prassi storica del “perdono e dell’oblio” che, fino ad allora, aveva caratterizzato i trattati di pace. La Massoneria, da sempre impegnata nella costruzione di un ordine fondato su libertà, uguaglianza e responsabilità morale, trovava in quella scelta una delle sue più alte realizzazioni storiche.
Il Processo di Norimberga sancì un principio rivoluzionario: il diritto internazionale non poteva più limitarsi a regolare i rapporti tra Stati, ma doveva raggiungere gli individui che, in possesso di un potere enorme, lo avevano usato in modo deliberato e concertato per diffondere il male. In questo senso, Norimberga rappresentò la sconfitta definitiva dell’idea secondo cui l’obbedienza agli ordini potesse giustificare qualsiasi crimine. La responsabilità personale divenne un nuovo perno giuridico, destinato a influenzare la nascita delle Nazioni Unite e, pochi anni dopo, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 10 dicembre 1948. (CONTINUA A LEGGERE SU ERASMO)
