
I confini sembrano evidenti, naturali, persino inevitabili. Li vediamo sulle mappe, li attraversiamo ai posti di blocco, li invochiamo nei dibattiti politici. Eppure, come ricorda Simone Guida nel suo libro L’inganno dei confini. Come la geografia governa il mondo, queste linee che regolano la vita di miliardi di persone non sono altro che costruzioni umane: fragili, arbitrarie, spesso violente. Il paradosso è tutto qui. I confini non esistono in natura, ma determinano chi siamo, dove possiamo andare e quali conflitti erediteranno le generazioni future.
Con uno stile ironico e accessibile, Guida accompagna il lettore in un viaggio tra storia, geopolitica e attualità, smontando l’idea che i confini siano entità immutabili. Al contrario, essi appaiono come cicatrici lasciate da guerre, colonizzazioni e compromessi di potere. Non semplici linee sulla carta, ma segni profondi che influenzano identità, economie e rapporti internazionali.Il libro si apre con un’immagine potente: lo sguardo di Jurij Gagarin sulla Terra, vista dallo spazio come un unico corpo senza divisioni. È un punto di partenza simbolico che mette subito in crisi secoli di storia politica. Da quassù, sembra suggerire Guida, i confini svaniscono; ma sulla superficie del pianeta continuano a produrre effetti molto concreti. È proprio questa distanza tra percezione e realtà che alimenta l’“inganno” a cui fa riferimento il titolo.
Uno dei meriti principali del volume è la capacità di intrecciare esempi noti e casi curiosi, mostrando come la geografia politica sia spesso il risultato di decisioni frettolose o interessate. L’Africa, divisa con il righello durante la Conferenza di Berlino, diventa l’emblema di una frammentazione imposta dall’esterno, le cui conseguenze sono ancora oggi visibili in conflitti, instabilità e tensioni etniche. I Balcani, invece, raccontano una storia diversa ma altrettanto drammatica: il crollo della Jugoslavia ha riscritto le mappe a colpi di guerre sanguinose, dimostrando quanto i confini possano essere mobili e letali allo stesso tempo.
Accanto ai grandi snodi della geopolitica, Guida inserisce esempi apparentemente marginali, ma estremamente efficaci sul piano narrativo. Perché il Gambia è una striscia sottile incastonata nel Senegal? Come si spiega la divisione di Cipro tra Grecia, Turchia, Nazioni Unite e Regno Unito? E cosa significa vivere in un luogo come Baarle-Hertog, dove un confine attraversa letteralmente le case, dividendo cucine e salotti tra Belgio e Paesi Bassi? Questi casi, raccontati con leggerezza ma senza superficialità, rendono evidente l’assurdità di molte divisioni territoriali.
Il tono del libro è divulgativo, ma mai banale. Guida evita il linguaggio accademico e sceglie una scrittura fluida, capace di coinvolgere anche chi non ha una formazione specifica in geopolitica. L’ironia diventa uno strumento critico: serve a mettere in discussione certezze consolidate e a spingere il lettore a guardare le mappe con occhi nuovi.
Al centro del libro c’è anche una domanda che resta aperta: è possibile immaginare un futuro senza confini? Guida non offre risposte semplicistiche né utopie ingenue. Piuttosto, invita a riconoscere la natura convenzionale delle frontiere, per comprendere meglio il loro potere e, forse, limitarne gli effetti più distruttivi. In un mondo globalizzato, attraversato da migrazioni, crisi climatiche e conflitti transnazionali, continuare a pensare ai confini come barriere rigide appare sempre più insufficiente.
