(La Stampa) Ai cittadini si offra verità non demagogia

L’effetto Grillo» è già tra noi. Il crescente consenso che i sondaggi di opinione attribuiscono al Movimento 5 stelle sta spingendo chi lo teme a comportarsi nello stesso modo: chiedere tutto e il contrario di tutto. Lo provano sia le critiche alla legge di stabilità mosse da tutti e tre i partiti della maggioranza di governo, sia la manifestazione della Cgil ieri a Roma.

Ognuno lo fa a modo suo, con obiettivi diversi. Ma c’è qualcosa che accomuna tutti o quasi. Nel tentativo di recuperare consenso, tutto fa brodo: inseguire andando ad orecchio le mode e le rabbie più recenti quanto rispolverare gli strumenti più logori che si erano riposti nel proprio magazzino. Un grande malessere nel Paese c’è, più di quanto chi sta nei palazzi del governo e del potere riesca ad afferrare. Difficile tuttavia contrastare i demagoghi senza idee nuove. Quando Susanna Camusso dal palco di piazza San Giovanni dice che «la politica del rigore e dell’austerità non solo è fallita ma è la grande colpevole delle difficoltà di questo Paese» sposa una tesi che accomuna l’estrema sinistra ai più oltranzisti tra i consiglieri di Silvio Berlusconi. Presume che debba farsi intendere da persone tanto disperate, da non avere memoria.

Non è stata l’austerità, ma la dissennatezza, a mettere l’Italia nei guai. Basta rammentare il succedersi degli eventi nei due anni passati. La perdita di fiducia di tutto il mondo nel nostro Paese – fiducia anche politica, anche etica, non solo la «fiducia» convenzionalmente intravista nei movimenti dei mercati finanziari – è avvenuta proprio perché chi ci governava appariva incapace allo stesso tempo di mettere in ordine i conti dello Stato e di rispettare le leggi.

Nella sua ultima fase, il governo Berlusconi aveva adottato a tre successive riprese misure di austerità sulla carta già molto pesanti. In parte erano annunci ancora privi di contenuto, in parte non avevano avuto ancora il tempo di dispiegare i loro effetti. Forse l’Italia è andata più vicina al default nel novembre 2011 che nell’ottobre 1992. Inoltre, il ritardo si paga. Così il governo Monti, per arginare la sfiducia, ha dovuto incidere sulla carne viva bruscamente, e in misura maggiore di quanto sarebbe occorso prima.

Molte persone ora perdono il lavoro; numerose aziende chiudono. Gli effetti recessivi dell’austerità sono pesanti, purtroppo molto più pesanti di quanto si prevedesse (non solo in Italia, come ci dice il Fmi). Ma un cambiamento di rotta non può essere cercato da un solo Paese; tanto è vero che nessuno lo osa, nemmeno la Gran Bretagna che conserva una propria moneta, nemmeno la Francia governata dalla sinistra che per ora i mercati trattano con favore.

Si può cercare di far meglio. Ma per mettere insieme un progetto occorre coerenza. Non si può biasimare l’eccessivo ricorso delle aziende al lavoro precario, come fa la Cgil, e poi attribuire la perdita di posti di lavoro precari alla riforma Fornero che ha cercato di limitare un poco l’abuso di contratti a termine.
Così pure in Parlamento la nuova legge di stabilità viene trattata dagli stessi partiti che appoggiano il governo come se si trattasse di una nuova «stangata». Non è vero: attenua gli effetti di precedenti impegni presi, con un +0,2 in più di deficit che già negli uffici di Bruxelles non entusiasma. Per alleggerirla si va alla ricerca di entrate fantasma, con il rischio di un immediato contraccolpo sullo spread.

Alla recessione mondiale più grave da settant’anni da noi si aggiungono la crisi dell’attuale sistema di partiti e le ultime tappe di un preesistente declino del modello economico italiano. Le colpe sono soprattutto della classe dirigente. Ma ai cittadini bisogna offrire verità, o andrà ancora peggio.



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