Italo Calvino, gli ideali politici e la massoneria

Italo Calvino si dimise dal Partito Comunista italiano con una lettera dall’incipit piatto e dimesso (“cari compagni, devo comunicarvi la mia decisione ponderata e dolorosa…”), pubblicata dall’Unità il 7 agosto 1957.
Una bella biografia di Calvino.
Scioltosi dal partito, Calvino cominciò a guardarsi alle spalle con spirito più sereno.

E fece i primi conti con la memoria domestica, messa tra parentesi negli anni della militanza. Nel 1960 narrò la sua “infanzia sotto il fascismo”. Vi rievocò i genitori: “Non più giovani, scienziati, adoratori della natura, liberi pensatori, personalità diverse tra loro ed entrambe all’opposto dal clima del Paese”. Il padre di famiglia mazziniana repubblicana anticlericale massonica; la madre sarda, di famiglia laica, cresciuta nella religione del dovere civile e della scienza, socialista interventista nel 1915 ma con tenace fede pacifista.

Marchiata da Antonio Gramsci quale “partito della borghesia”, la massoneria non era comunque il covo di reazionari condannato dalla Terza Internazionale comunista e annientata da tutti i regimi totalitari, se vi militavano, appunto, il padre e lo zio di Italo, Mario e Quirino Calvino, la cui schietta dimestichezza verso la povera gente metteva addirittura a disagio il futuro scrittore.

Italo sognò con Eugenio Scalfari di dar vita a un “partito aristocratico-sociale” e poi al Mul, Movimento universitario liberale. Non sorprende che, con tali premesse, la sua “scelta del comunismo” non fosse affatto sorretta da motivazioni ideologiche e dovesse prima o poi fare i conti col grado di libertà effettivamente praticato nelle cellule, nelle federazioni, nel rapporto tra partito e società.

L’antico casolare di Cadorso “con ancora la traccia sbiadita, sopra la porta, del simbolo massonico che i vecchi Calvino mettevano sulle loro case” (già, perché il padre e lo zio non erano i primi massoni della famiglia) dimostrava come a San Remo, del resto, la Libera Muratoria contava una tradizione gloriosa.
Il 13 maggio 1874 – dicono i verbali di loggia scoperti e proposti da Luca Fucini e Roberto Colombo – dieci massoni sanremaschi già iscritti al Grande Oriente di Napoli, dettero vita alla “Liguria”. Il medico e floricoltore GioBernardo Calvino nella matricola del Grande Oriente d’Italia figurò al n. 1211 e poco oltre GioBatta Calvino (1194). La “Liguria” non fece molta strada malgrado vi bussassero decine di aspiranti massoni.

Il 26 marzo 1900, come un quarto di secolo prima, dieci massoni alzarono le colonne di una nuova officina: la “Giuseppe Mazzini”. Erano, in gran parte, fratelli già attivi nella “Liguria”, compreso GioBernardo, di lì a poco raggiunto dai figli, Mario (matricola n. 13.414) e Quirino (n. 15.915).

Vulcanico promotore della floricoltura, il 15 gennaio 1909 Mario Calvino salutò gli “amici” e gli “agricoltori” della sua terra e partì per il Messico, ov’era atteso da Porfirio Diaz, garante – assicurò – di “un grande avvenire di prosperità pel lavoro e pel capitale”. Rientrato in Italia per sposare Eva Mameli, assistente all’Università di Pavia, e passato dall’irrequieto Messico alla non meno turbolenta Cuba, Mario Calvino diresse la stazione sperimentale di agricoltura di Santiago di Las Vegas. Lì nacque Italo.

Rientrato a San Remo proprio quando le Comunità libero muratorie vennero costrette ad autosciogliersi sotto la pressione del fascismo (1925), Mario collaborò col Duca degli Abruzzi quale consulente della Società Saccarifera Italo-Somala, viaggiando in Kenia, Libia, Rodi, Zanzibar. Libero docente nella Regia Università di Portici (Napoli) l’anno stesso della nascita del secondogenito Floriano, Mario Calvino conciliò il suo immutabile abito liberomuratorio con le realizzazioni sociali del “regime” che del resto si valeva in posizione eminente di Alberto Beneduce, già componente della Giunta di governo del Grande Oriente d’Italia ma chiamato da Mussolini alla guida dell’Iri.

Italo nella lettera autobiografica in francese a Franco Maria Ricci per la straordinaria edizione dei Tarocchi (1970), scrisse: “Sono nato nel 1923 sotto un cielo in cui il Sole raggiante e il cupo Saturno erano ospiti dell’armoniosa Bilancia…”: la “volta celeste” dipinta sui soffitti delle logge.
Neppure nei decenni perigliosi del fascismo i Calvino cancellarono i simboli massonici dall’ingresso delle loro case. E Libereso Guglielmi – al quale Mario confidò essere un trentatrè del Rito scozzese antico ed accettato – non fu certo il solo a sentir dire dal padre di Italo, mentre scendevano a San Giovanni con le gerle d’insalata e frutta, che la Massoneria è “una società libera che cerca di fare del bene a tutti. Una società di individui dove si tutela la libertà di pensiero”.

Un legame, quello di Calvino con la massoneria, che fu comunque sempre negato dagli studiosi per non smentire il mito dello scrittore comunista, l’intellettuale pubblicato dalla progressista Einaudi.

(Da cultura universale.blogspot.it)

Fonti:
– Aldo A. Mola, “Il Giornale”, 4 maggio 2000
– Erasmo Notizie, anno 2, n. 5, 15 maggio 2000



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