(Il Sole 24 Ore) Pinocchio, un’etica per l’Italia

Le Avventure di Pinocchio. Storia di un burattino (1881-1883) che ora arrivano nell’Edizione Nazionale delle opere collodiane sono nuove per varie ragioni. Pur collocandosi quanto a testo critico nella scia dell’edizione di Ornella Castellani Pollidori (1983), questo Pinocchio curato da Roberto Randaccio reca innovazioni testuali, fra restauri e annotazioni, che illuminano ulteriormente i rapporti di Collodi con la cultura italiana ed europea: non solo i classici antichi o Dante, Ariosto, Manzoni e Schiller, ma anche De Rossi e Bandettini, Pananti o Codebò. Risalta la concezione formale di Collodi, secondo cui, all’insegna della parodia e dell’umorismo, si può fare il romanzo con tutto: la cultura alta e quella orale; la fiaba, la favola, la cronaca, la poesia, il teatro e i suoi copioni d’ogni genere; la musica, dal melodramma all’opera buffa, inclusi i libretti, fino alla canzone popolare; l’arte o la politica. Le Avventure di Pinocchio, con le illustrazioni di Enrico Mazzanti a esaltarne asciuttezza e dinamismo, sono la prima opera multimediale della letteratura italiana e tra le prime della letteratura mondiale: novità subito avvertita dai piccoli lettori, figli di una realtà italiana più moderna, mobile, sul piano sociale, industriale e della comunicazione.
L’umorismo scettico di Collodi nasceva da una visione lucida della vita e del destino dell’uomo moderno, influenzata dal pensiero di Giacomo Leopardi, di cui fu uno strenuo ammiratore; e i suoi testi, apparentemente leggeri e pieni di digressioni, si inserivano nella prospettiva critica di una complessità di significati tutt’altro che scontati. Nell’apertura interculturale e di orizzonti multiprospettici, Collodi pensò così a lettori gioiosamente complici, capaci di gustare la lettera del testo, ma anche di cogliere polisensi e allusioni a una vasta gamma di esperienze.
Insofferente dell’Italia provinciale e ancora lontana dal progresso che desiderava con tutte le sue forze, Collodi ebbe un grande numero di amicizie e conoscenze con personalità artefici del rinnovamento educativo e della pediatria e della pedagogia dell’epoca: da Giuseppe Barellaj, creatore delle colonie marine, al mazziniano Enrico Mayer; da Pietro Thouar a Gino Capponi e ad Augusto Conti, amico di Raffaello Lambruschini. Capponi e Francesco De Sanctis asserivano l’urgenza di una letteratura per l’infanzia capace di aprire il fanciullo a una vita meno conformista e all’autonomia. Altri reputavano la cura e l’educazione agli affetti un dovere precipuo della donna, e l’istruzione il compito della scuola. Nella sofisticata articolazione narrativa del Pinocchio, Collodi svolse pertanto motivi pedagogici e morali secondo il principio della loro necessità formale, e in modo nuovo: ai bambini e agli adulti del tempo disse che agli affetti può educare anche l’uomo, e alla ragione anche la donna. Così Geppetto nutre Pinocchio con amore, si sacrifica, ne cura l’educazione del cuore; e la Fata dai capelli turchini dà invece premi e castighi, cura l’educazione morale e della ragione. Collodi lottava in teatro e nei suoi articoli per una moderna educazione degli Italiani, per la parità dei ruoli e il riscatto della donna da arretrate condizioni di soggezione sociale ed economica. L’ottica della critica “pinocchiologica” centrata unicamente sul capolavoro, quasi Collodi fosse autore di un libro solo e nato per caso, è ristretta, se non a-storica. Collodi aveva ben altro da raccontare che non i suoi presunti problemi con il gentil sesso!
Le vicende di Pinocchio – con l’esclamazione finale «come ora son contento di esser diventato un ragazzino perbene!…» – sono state spesso lette in chiave realistico-naturalistica e, suggestivamente, da Luigi Volpicelli e Alberto Asor Rosa come metafora del Risorgimento: il percorso del nostro popolo già diviso e diventato infine nazione. Gli usi stilistici collodiani indicano però che l’esclamativo e i puntini hanno un significato comico-umoristico, per irradiare una luce di sorridente malizia sull’intera esperienza di Pinocchio: non diventerà mai il «ragazzino perbene», che agogna di essere in modo piuttosto conformistico. Lo dimostra l’intenzionale parodia del romanzo Pipì o lo scimmiottino color di rosa (1883-1885; 1887), dove è l’urgenza di rimanere diversi rispetto ad una comunità umana tutt’altro che “perbene”, di non fermare il passo, appagati dalle mete raggiunte. Fra un sonoro sberleffo e un ammonimento, Pinocchio è una sintesi subito riconoscibile anche da parte di un bimbo dell’umanesimo antropologico: un simbolo dell’essere umano, che corre pericoli e cerca aiuto, che rifiuta e accetta la fatica, respinge il padre e se ne mette poi alla ricerca, ma mai si pietrifica, perché così è l’indole umana, libera al mutevole andare della vita. Se avesse voluto essere una vera nazione, l’Italia non avrebbe mai dovuto raggelarsi in meschine certezze e privilegi, nell’accettazione di prepotenze e soprusi o di presunte magnifiche sorti, bensì essere parte attiva di un nuovo e più autentico divenire storico. Come solo i capolavori sanno, Pinocchio – libro per bambini diretto ai grandi – ricorda che sono stati compiuti alcuni, capitali, passi, ma che il resto della strada è ancora tutto da fare.



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