Giordano Bruno, iconografia eretica del celebre monumento di Ettore Ferrari

Lunga e travagliata è stata la realizzazione del celebre monumento a Giordano Bruno eretto in Campo dè Fiori a Roma. Il filosofo nolano, mandato al rogo dalla Chiesa perché eretico il 17 febbraio del 1600, nella Roma dell’ultima fase risorgimentale divenne vessillo dell’anticlericalismo, campione del libero pensiero e della lotta all’autoritarismo. Francesco De Sanctis che era ministro dell’Istruzione volle ripubblicarne le opere e nel 1876 dalle aule dell’Università di Roma venne lanciata l’idea di un momumento da intitolargli.

Progetto che scatenò una interminabile diatriba politica ma che venne sostenuto da un comitato internazionale e dalla Massoneria. Fu così che nel 1884 venne chiesto allo scultore e libero muratore Ettore Ferrari -che poi nel 1904 diventerà Gran Maestro del Grande Oriente- di lavorare ad una statua che diventasse icona di laicità. Ferrari fu costretto a cambiare il primo bozzetto che raffigurava Giordano Bruno atteggiato a tribuno con il braccio alzato polemicamente e a trasformarlo nel frate con il libro in mano rivolto in direzione di San Pietro.

Ma nonostante i compromessi iconografici raggiunti, il permesso del Comune di Roma di erigere la statua in Campo dè Fiori, luogo dove aveva avuto luogo il rogo, arrivò dopo molte traversie il 30 dicembre 1887. Il 9 giugno 1889 la statua venne inaugurata. Un corteo di duemila persone sfilò dalla stazione Termini fino alla celebre piazza. Intorno al basamento della statua si stagliano otto medaglioni con i ritratti dei “martiri del libero pensiero”.

In senso orario, partendo dal lato nord troviamo: Huss e Wycliff, contestatori della Chiesa prima della Riforma protestante; a est Michele Serveto e Antonio Paleario, umanisti critici della dottrina ecclesiastica; a sud Lucilio Vannini e Pietro Ramo, protestanti; a ovest Tommaso Campanella e Paolo Sarpi. Sotto i medaglioni tre rilievi nei quali Ferrari raccontò: Bruno all’università di Oxford; la sentenza del Sant’Uffizio e l’epilogo tragico. Sulla parte anteriore l’iscrizione composta dal filosofo e massone Giovanni Bovio: “A Bruno il secolo da lui divinato, qui, dove il rogo arse”.



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