Discorso di Ernesto Nathan, Sindaco di Roma pronunziato dinanzi alla Breccia di Porta Pia il 20 settembre 1910

Cittadini,
Non parlo in nome della sola Roma, ne è segno la corona or ora presentatami, la presenza del Consiglio provinciale, presidiato dall’illustre suo vicepresidente. È tutta la plaga intorno a noi, è tutta la provincia che s’unisce alla città, solidale con essa nelle libere affermazioni, nelle popolari aspirazioni. E se di nuovo io m’indirizzo a Voi da questo storico luogo è per volontà vostra, da poco manifestata col vostro suffragio; voleste che la voce dell’Amministrazione popolare risonasse di nuovo qui, e questa rappresentanza voleste nell’anno quando da ogni lato d’Italia e da fuori, dai due emisferi, connazionali e stranieri si recheranno qui in pellegrinaggio per rammemorare il giorno, in cui, mezzo secolo fa, il Parlamento subalpino, nella certa visione dei destini nazionali, Roma rivendicò Capitale dell’Italia nuova. Dinanzi alla volontà del popolo, all’ opera dei grandi fattori, l’Apostolo, il Guerriero, il Re, lo Statista, dinanzi al prode esercito, ai valorosi volontari, ai cittadini, quanti oprarono, soffrirono, morirono, per la prescienza che talvolta illumina uomini ed assemblee, così allora statuì quell’illustre patriottico consesso, e così, nella maturità degli eventi, fu! Conferma di quel voto solenne, noi siamo qui oggi; e domani il mondo intero nelle molteplici sue rappresentanze qui converrà per constatare come la Roma dell’oggi, la Roma della Terza Italia, riprenda il cammino dal destino assegnatole, riassuma in sé la volontà e le aspirazioni di un grande popolo, varchi le frontiere, e nelle estrinsecazioni della vita, nelle manifestazioni del pensiero, attraverso i monti, attraverso i mari, s’affratelli con gli altri popoli.
Tale la Roma ch’è onorato mio ufficio qui rappresentare, vindice della libertà del pensiero, entrata in un con la bandiera tricolore, attraverso questa breccia; un’altra Roma, prototipa del passato, si rinchiude entro un perimetro più ristretto delle mura di Belisario, intesa a comprimere nel brevissimo circuito il pensiero, nella tema che, come gli imbalsamati cadaveri del vecchio Egitto, il contatto con l’aria libera abbia a risolverla in polvere. Da lì, dal fortilizio del dogma, ultimo disperato sforzo per eternare il regno dell’ignoranza, scende, da un lato, l’ordine ai fedeli di bandire dalle scuole la stampa periodica, quella che narra della vita e del pensiero odierno; dall’altro risuona tonante – elettricità negativa senza contatto con la positiva – la proscrizione contro gli uomini e le associazioni desiderosi di conciliare le pratiche e i dettati della loro fede, con gl’insegnamenti dell’intelletto, della vita vissuta, delle aspirazioni morali e sociali della civiltà. Come nella materia cosmica in dissoluzione, quella città, alle falde del Gianicolo, è il frammento di un sole spento, lanciato nell’orbita del mondo contemporaneo. La mente – quella di un vecchio memore – quando ricorre all’anno venturo, al pellegrinaggio vicino e misura con l’occhio la picciolezza della breccia dinanzi a cui sta, riverente nel ricordo del passato, si china dinanzi alla energia incalcolabile del pensiero, che, come l’aria compressa, varcò quel brevissimo spazio, per espandersi in tutta la città, mutarne l’abito interno ed esterno.
Ritornate, o cittadini, alla Roma di un anno prima della breccia; nel 1869. Convennero allora in pellegrinaggio i fedeli da tutte le parti del mondo, qui chiamati per una grande solenne affermazione della cattolicità regnante. S. Pietro, nella monumentale sua maestosità, raccoglieva nell’ampio grembo i rappresentanti del dogma, in Ecumenico Concilio; vennero per sancire che il Pontefice, in diretta rappresentanza e successione di Gesù, dovesse, come il Figlio, ereditare onnisciente illimitato potere sugli uomini, e da ogni giudizio umano i decreti suoi sottrarre, in virtù della infallibilità proclamata, riconosciuta, accettata. Era l’inverso della rivelazione biblica del Figlio di Dio fattosi uomo in terra; era il figlio dell’uomo fattosi Dio in terra! Vi fu chi, forte nella storia dei Pontefici attraverso i secoli, reagì alla bestemmia rivolta a Dio e agli uomini, Doellinger. Rimase solo! Revocare in dubbio, discutere i decreti del Capo della Chiesa per la gerarchia era il primo passo per sottometterli al libero esame; era il forellino attraverso cui passava l’aria ossigenata della scienza, del progresso civile. E però sulle vecchie mura del dogma si sovrappose l’intonaco dell’infallibilità per unanime consenso.
Fu l’ultima grande affermazione dinanzi al mondo della Roma prima della breccia, era l’ultimo pellegrinaggio al Pontefice-Re. Confrontate il fatto di allora con quello che ora si prepara e misurate il cammino percorso in quarant’anni, un giorno nella vita della Città eterna. Ponete a ricontro negli atteggiamenti materiali e morali la Roma di allora, con la Roma di oggi, e poi ditemi se voi, se le rappresentanze qui convenute, non devono festeggiare questo giorno memorando, se il disfacimento di poche pietre non si trasformi in un altare della Patria e della civiltà mondiale?! Il pellegrinaggio ora ricordato fu per la infallibilità; quella infallibilità che ereditata dalla tradizione, passata nei costumi, si manifesta purtroppo oggi nell’ignoranza popolare che dinanzi all’apparizione d’una epidemia, appende voti alla Madonna e scanna i sanitari; quella infallibilità che incita il Pontefice a boicottare le legittime aspirazioni umane, le ricerche della civiltà, le manifestazioni del pensiero, lo muove ad architettare nuovi scuri per escludere la luce del giorno! Il pellegrinaggio che avverrà l’anno venturo, a quale affermazione consente, quale significato riveste?
Roma antica – quale e quanta evidenza abbiamo nei monumenti, nelle iscrizioni tuttora esistenti! – è centro ed anima di una civiltà che trasformò il mondo; nasce, vive gloriosa e scompare, evangelizzata fra le genti la verità affidatale. Risorge centro ed anima di una seconda civiltà. Roma medioevale evangelizza la verità che ebbe in seno, dall’oriente portata, e la seconda vita gloriosa vien meno e scompare. Ma, unica nella storia degli annali umani, ancora una volta si scioglie dai funerei panni che l’avvolgevano, esce dal sepolcro e centro ed anima di un nuovo popolo, spezzato, disgiunto, e ricomposto ad unità, risorto a grande nazione, attraverso la Breccia di Porta Pia, assorge ancora una volta, apostolo di civiltà, per bandire il verbo dell’unione fra gli uomini, dell’unione fra le genti, per il progresso dell’umanità. Guardatela nelle nuove forme, nei nuovi atteggiamenti! Le mura di Belisario trapassate da ogni lato, come le mura di Servio Tullio, stanno là a determinare il circuito della vecchia Roma, coi suoi orti, con le sue ville, con le sue straducole inondate dal Tevere; oggi le ville e gli orti si protendono verso il colle e verso il mare, senza soluzione di continuità, e appena qualche albero, tra le nuove, larghe, il-luminate vie, fra le case moderne, delle altre ricorda l’esistenza. Il Gesù è venuto un archivio nazionale, archivio anche di tristi memorie; Castel S. Angelo, la tomba del morto imperatore romano, ridotta poi a tomba dei viventi sudditi papali, è un museo di ricordi e d’arte medioevale, per insegnamento ed affinamento dei cittadini; l’insigne e colossale monumento della grandezza romana, le Terme Diocleziane, ridotte a fienili, magazzini e sconci abituri, ora si circonda di giardini e ritorna in vita, degna vita, grande, impareggiabile museo nazionale di arte antica.
E potrei continuare: mostrarvi la scuola elementare, il Lungo Tevere, là dove si ergeva, monumento di stolta intolleranza, il Ghetto; i bagni pubblici in recinti ove la tolleranza consentiva la corruzione dei costumi: riassumo. Nella Roma di un tempo non bastavano mai le chiese per pregare, mentre invano si chiedevano le scuole; oggi le chiese sovrabbondano, esuberano; le scuole non bastano mai! Ecco il significato della breccia, o cittadinil Nessuna chiesa senza scuola! Illuminata coscienza per ogni fede, ecco il significato della Roma d’oggi. Perché ho parlato così? Perché ho richiamato in vita il passato ponendolo a riscontro col presente? È per spirito di polemica, per rispondere alle sciocche accuse e contumelie a cui siamo fatti segno? No, in vero. Un senso assai più alto e degno mi muove: quello di porre innanzi agli occhi vostri e soprattutto ai cuori vostri, le responsabilità morali che pesano su noi, perché non vi sia arresto sul cammino da percorrere; perché Roma, in ogni singolo cittadino, nella sua collettività, sia conscia del proprio dovere dinanzi alla Patria, al consorzio civile, all’avvenire. Mi sono soffermato sul passato, per mettere in rilievo quali siano i mali, quali gli inceppi figliati dal dispotismo, dal regno di una classe, sia pur quella sacerdotale, in nome della religione. Se l’insegnamento si dovesse dimenticare e, nel predominio di una, di altra o di parecchie classi, si dovesse perdere di vista la collettività, il popolo tutto, la nazione, la patria, subire l’ascendente dei singoli interessi, allora quella breccia sarebbe stata aperta per lasciare il varco alla lotta di appetiti contrastanti, di confliggenti interessi di classe, non al bene della Patria, della umanità.
In quella convinzione, al Capo della Nazione, quegli che il bene patrio rappresenta, a S. M. il Re Vittorio Emanuele III, a nome vostro, ho inviato il telegramma seguente:
«Mentre Italia tutta, da Torino a Marsala, da Castelfidardo a Napoli, si raccoglie nelle memorie cinquantenarie dei fasti del Risorgimento, innanzi alla data del XX Settembre, misurando tutta la via percorsa, da quando l’Italia varcò la breccia di Porta Pia per proclamare al mondo, dall’alto del Campidoglio, libertà di coscienza, libertà d’istituzioni, Roma Capitale, consapevole dell’altissimo compito suo, rivolge cuore e pensiero alla Maestà Vostra, duce ed educatore della N azione risorta, e riafferma l’espressione del suo devoto, imperituro affetto, la fiducia nei patrii destini vaticinati e preparati dai grandi precursori e fattori della Terza Italia». Ed Egli così risponde: «Sono profondamente grato del pensiero che Roma mi rivolge e mando alla cara città la espressione del mio vivo affetto. Con intimo compiacimento assisto alla celebrazione delle ricorrenze cinquantenarie, che si compie con sicura coscienza dei raggiunti progressi e con salda fede nelle civili libertà. Da questa celebrazione di sacre memorie traggo per la Patria nostra lieto presagio di gloriose fortune e con esso accompagno i voti che la Capitale del Regno rinnova in giorno sì solenne – Vittorio Emanuele». Risposta degna di Chi, per virtù e vita, onora la Casa Sua, il Suo Paese.
Cittadini,
Ovunque, da Torino a Marsala e Palermo, da Napoli a Perugia, ai campi di Castelfidardo, l’Italia ha celebrato la ricorrenza cinquantenaria dei fasti della sua ricomposizione ad unità, ed ovunque fu presente Roma nel cuore della sua cittadinanza, nella parola dei rappresentanti suoi. Oggi alla quarantenaria ricorrenza del giorno fatidico, che ha sacrato l’unità patria, il Paese tutto è qui presente, nella sua più Augusta Rappresentanza; con noi ricorda il passato, con noi fraternamente opra nel presente, con noi prepara nella coscienza del comune dovere, l’avvenire. Un solo grido prorompa dai vostri petti dinanzi a questa breccia: Evviva la Terza Italia.



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