Categoria: Rassegna Stampa
Fano 23 novembre 2010 – (Corriere Adriatico) Gustavo Raffi ospite degli aderenti fanesi alla massoneria.
I trent’anni della loggia Procacci celebrati con il Gran maestro
Fano. E’ stato celebrato in un noto ritrovo della città il trentennale della fondazione della loggia massonica fanese “Alessandro Procacci”, al quale ha partecipato il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Gustavo Raffi con numerosi rappresentanti di tutte le “officine” marchigiane.
“Sono lontani i tempi – dichiara l’architetto Massimo Frequellucci, maestro venerabile della loggia Procacci – in cui i massoni si aggiravano come guardinghe creature notturne com’è ampiamente dimostrato dal fatto che il Gran Maestro venga chiamato ad intervenire in popolari trasmissioni televisive”.
Ma c’è ancora qualcuno che considera la Libera Muratoria come una sinistra società segreta o addirittura come un sabba diabolico. In realtà i massoni hanno fatto ricorso al segreto quando, in passato, condizioni politiche e sociali ostili glielo hanno imposto. Oggi invece tutti possono riconoscere i presupposti per un aperto confronto con la società civile e per il proficuo impiego del loro impegno umano, del loro patrimonio di cultura e della loro tradizione libertaria.
La loggia Procacci è affiliata al Gran Oriente d’Italia, considerato come il vero portatore degli ideali della massoneria, la cui sede ufficiale è a Roma nel palazzo del Vascello, dove per altro si consumò uno degli episodi più eroici del Risorgimento italiano. La difesa di questi ideali ha portato il gran maestro ad attivare un procedimento giudiziario tutte le volte che il nome della massoneria viene usato a sproposito o strumentalizzato da logge deviate o addirittura inventate. Ha confutato l’opinione comune che per essere iscritti occorre dichiarare di essere atei, anzi questa dichiarazione esclude a priori l’accoglimento di una eventuale domanda e in più l’organizzazione è una delle poche che richiede ai nuovo soci la presentazione del certificato penale del casellario giudiziario.
(Corriere Adriatico) 23 NOV 10
Roma 19 novembre 2010 – (Il Messaggero) Cento anni dalla svolta democratica di Nathan: un sindaco anomalo che in sei anni cambiò Roma.
Il pensiero politico di Ernesto Nathan, «questo sindaco “anomalo” per la città di Roma, perché inglese di nascita, ebreo e massone» come l’ha definito Walter Veltroni, è stato riassunto da Nadia Ciani in Da Mazzini al Campidoglio – Vita di Ernesto Nathan (Collana Storia e Memoria, pgg. 289, 15 euro).
Il libro, che sarà in libreria da martedì 20 novembre, ripercorre il pensiero e l’impegno politico di Nathan nell’Italia post-unitaria, evidenziando la sua forte volontà democratica e riformatrice, in occasione del centenario dalla sua elezione a primo cittadino di Roma. In Campidoglio dal 1907 al 1913, Nathan rimane un personaggio di grande attualità per il senso di moralità che l’ha guidato in tutta la sua carriera pubblica. La lotta contro gli episodi di corruzione che si verificarono all’epoca di Crispi, il suo tentativo di raggruppare tutte le voci del movimento democratico di quegli anni, con l’obiettivo di costruire un’alternativa di progresso sociale e politico per l’Italia, sono dimostrazioni della sua anima riformista e della dedizione che ha sempre riservato al suo mestiere.
Il libro, con la prefazione di Walter Veltroni, ripercorre le tappe principali della sua carriera: dalle prime esperienze nel movimento democratico e nei tentavi unitari dell’Estrema Sinistra, alle attività di assessore della Giunta capitolina (1889-90), di fondatore della Società “Dante Alighieri”, di protagonista del Patto di Roma, di consigliere provinciale a Pesaro, di candidato alle elezioni politiche e di “Gran maestro” della Massoneria. Esperienze personali che si intrecciano con la storia politica italiana e con i suoi protagonisti. «Ernesto Nathan impresse alla sua attività di amministratore i tratti di una integrità morale che gli veniva riconosciuta da amici e avversari – ha scritto Veltroni- . Nei sei anni in cui Roma venne governata dalla giunta democratica da lui diretta, si delinearono nuove scelte urbanistiche e si realizzarono importanti innovazioni nei servizi pubblici e nel campo dell’istruzione e dell’edilizia scolastica, ma credo che lascito fondamentale di quegli anni rimane il processo di democratizzazione che per la prima volta investì la città».
(Il Messaggero) 19 NOV 10
Udine 18 novembre 2010 – (Il Gazzettino) L’omaggio a Celotti.
Sala riunioni di Palazzo Kechler affollata per il quinto seminario di studi massonici in memoriam di Antonio Celotti, decano della Libera Muratoria, scomparso l’anno scorso a 103 anni. Fu noto in regione per essere stato vero e proprio filantropo, autore di un profondo rinnovamento della struttura ospedaliera udinese. Scrisse inoltre il libro «La massoneria in Friuli», pubblicato nel 1982, aggiornato per il suo centesimo compleanno, e, da valente pneumologo, dedicò la sua vita alla cura e alla ricerca medica. Dunque un tributo non formale con il seminario titolato “La laicità dello Stato quale garanzia dei diritti civili” che consolida una tradizione di attenzione, a Udine, di studi nell’ambito del Libero Pensiero.
Se, sul piano istituzionale, il convegno è stato introdotto da Sergio Parmegiani, presidente del “Consiglio dei maestri venerabili” dell’Oriente di Udine e coordinato da Giovanni Maria Cecconi, della Giunta del Goi, arricchito da un saluto di Umberto Busolini, presidente del “Collegio dei maestri venerabili del Friuli Venezia Giulia”, sul piano scientifico si è avvalso dei prestigiosi contributi dello stesso Cecconi e dei docenti universitari e studiosi Fulvio Salimbeni, Enzio Volli e Gian Mario Cazzaniga. Lo stesso Volli, in qualità di Gran Maestro onorario, ha siglato l’incontro con la consegna di due borse di studio, bandite con il “Premio Antonio Celotti” e riservate a giovani laureati dell’ateneo udinese, a Silvia Zanlorenzi e Melisa Idrizi.
Se Cecconi, partendo dal mito di Filemone e e Bauci, ha centrato il tema dell’accoglimento dell’altro e del dialogo, Volli ha rilevato momenti storici di un’Italia fine ottocento molto più moderna, tollerante e avanzata, per l’epoca, di quanto si possa immaginare. Cazzaniga ha discettato lucidamente di “laicità dello stato e pluralismo confessionale” e Salimbeni, con un intervento vibrante e ragionato ad un tempo, ha spiegato quanto il “Risorgimento” sia stato una vera cultura, intrisa di idealità e motivazione, sentimenti civili di cui, oggi, si sente quanto mai bisogno. Il tutto si collegava all’inaugurazione della nuova sede della Loggia “11 Settembre”, a Campoformido, nata pochi anni fa come omaggio alle vittime dell’intolleranza e del fanatismo.
(Il Gazzettino) 18 NOV 10
Roma 14 novembre 2010 – (La Repubblica) Il Napoleone radicale e massone che in famiglia era chiamato Plon-Plon.
La storia di Girolamo, aristocratico esiliato che visse alle falde del Pincio. Sposò Clotilde di Savoia, la figlia di Vittorio Emanuele II.
Tra i tanti brutti tiri che la Storia può giocare ai singoli individui, c’è anche quello di illuderli di essere al centro degli eventi e per così dire nella cabina di comando, mentre in realtà il loro ruolo è quello di semplici pedine, facili prede del più irrimediabile oblio. Difficile che in questo periodo, in cui tanto si discute e si scrive del Risorgimento e dell’unità d’Italia, qualcuno si azzardi a rievocare il pallido spettro del principe Girolamo Napoleone. A fianco dell’entrata dell’Hotel de Russie, in via del Babuino, una targa ricorda che la «nobile vita» del principe terminò proprio a Roma, il 27 marzo del 1891. Già a quei tempi, in pochi si ricordavano di quell’aristocratico esiliato, venuto a spendere i suoi ultimi giorni alle falde del Pincio. Eppure Girolamo, come di addiceva a un Bonaparte, era vissuto in maniera tutt’altro che noiosa.
Suo cugino Napoleone III, d’accordo con Cavour, l’aveva sposato a Clotilde di Savoia, la figlia di Vittorio Emanuele II. Matrimonio tutt’altro che felice, ma importantissimo, come si può intuire, dal punto di vista politico e diplomatico. Per conto suo, Girolamo nutriva sentimenti tutt’altro che prevedibili per un membro della famiglia imperiale francese imparentato ai Savoia. Gli piacevano quelle che ai suoi tempi si definivano le idee radicali, odiava i preti, ed era un massone. Era amico di Alexandre Dumas, che proprio in compagnia del principe, durante un viaggio nel Mediterraneo, aveva visitato l’isola di Montecristo. Come militare, aveva partecipato a molte guerre, dalla Crimea all’Algeria, alle campagne per l’indipendenza italiana, ma la sua vera passione furono gli intrighi politici e giornalistici, che alla fine gli costarono l’esilio a Roma. L’aspetto pingue e bonario dei suoi ritratti ci suggerisce inoltre l’idea di uomo che amava i piaceri. Se dalla principessa Clotilde ebbe tre figli, altri due ne fece con una dama di compagnia di sua moglie, di trent’anni più giovane di lui. Per completare questo rapidissimo ritratto, non si può tacere il buffo soprannome con cui quest’uomo così energico ed avventuroso era chiamato in famiglia e nella cerchia dei più intimi: Plon-Plon. Come si può vedere, ce n’è abbastanza per un romanzo storico, di quelli in cui i grandiosi scenari della guerra e del potere si mescolano ai più imbarazzanti pettegolezzi privati.
Fosse per me, lo intitolerei proprio «Plon-Plon», perché c’è più verità in questi nomignoli familiari, non si sa se più affettuosi o crudeli, che in intere biblioteche di testimonianze storiche. E a dire la verità, un grande scrittore italiano, che meriterebbe anche lui d’essere ricordato più di quanto oggi si faccia, fu tentato dall’impresa. E se non la portò a termine, ci ha lasciato del tentativo una testimonianza struggente, forse più preziosa dell’opera stessa che non riuscì a compiere. Parlo di Mario Pomilio, autore di libri importanti come «Il cimitero cinese» e «Il quinto evangelio», che nel 1964, durante una visita a Roma (lo scrittore, di origine abruzzese, viveva a Napoli), passeggiando per via del Babuino fu incuriosito dalla targa commemorativa dedicata a Girolamo e intraprese delle ricerche storiche per dar corpo a quel personaggio che gli era venuto incontro, in maniera sommessa e misteriosa, dagli abissi del tempo. A quei tempi, il vecchio albergo di via del Babuino dove il principe aveva trascorso i suoi ultimi giorni, era la sede centrale della RAI. E Pomilio era stato colpito proprio dalla somiglianza dei destini del vecchio palazzo e di quel suo improbabile personaggio, travolti l’uno e l’altro dalla marea del tempo che cancella ogni significato. Come spesso accade, il progetto

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