7 marzo 1876. Meucci e l’invenzione contesa del telefono

Il 7 marzo di 150 anni fa veniva depositato il brevetto di uno strumento che avrebbe cambiato completamente la vita dell’umanità: il telefono. E il pensiero non può che andare ad Antonio Meucci il suo inventore, che morì il 18 ottobre 1889 senza però vedere riconosciuti i suoi meriti. A contendergli la paternità, attribuendosela in quel giorno del 1876 era stato il suo rivale Alexander Graham Bell, scatenando un contenzioso durato anni. Un torto che è stato definitivamente cancellato soltanto l’11 giugno del 2002 quando il Congresso degli Stati Uniti gli ha finalmente dato ragione.

Patriota e massone

Patriota e libero muratore, Mucci era nato a Firenze il 16 aprile 1808 nel popoloso quartiere di Borgo San Frediano, in Via Chiara n. 475 (oggi Via de’ Serragli n.44), dove il 16 maggio 1996 venne apposta una lapide a cura del Comune in sua memoria, mostrò fin da ragazzino di possedere grandi talenti. A 13 anni fu ammesso all’Accademia di Belle Arti, nella scuola di Elementi di Disegno di Figura, un centro di eccellenza in Europa per l’insegnamento tecnico superiore, dove studiò per sei anni oltre alle materie base, la chimica e la meccanica che comprendeva tutta la fisica allora conosciuta, compresa acustica ed elettrologia, introdotte nell’Accademia durante la dominazione francese (1799- 1815). Meucci mostrò subito spiccato interesse per la chimica: nel maggio 1825, in occasione dei festeggiamenti con fuochi d’artificio per l’imminente parto di Maria Carolina di Sassonia, moglie del granduca Leopoldo II, concepì una potente miscela propellente per razzi, che però sfuggirono al suo controllo causando danni e feriti in piazza della Signoria. Per questo fu arrestato e sospettato di cospirazione. Dal 1823 al 1830 lavorò come doganiere alle porte di Firenze. E fu in questo periodo che si affiliò alla Carboneria, prendendo parte ai moti del 1831. Venne posto sotto stretta sorveglianza e arrestato nuovamente nel 1833. Quando uscì dal carcere trovò lavoro come macchinista al teatro della Pergola, punto di riferimento di gruppi carbonari, ma anche luogo di grande sperimentazione scenica.

A Cuba

E’ qui che mise a punto una sorta di primo telefono acustico, per comunicare dal palcoscenico con i soffittisti, che si trovavano a circa venti metri d’altezza. Nel 1834 sposò la costumista Maria Ester Mochi, insieme alla quale venne scritturato dall’impresario catalano Francisco Martí y Torrens con la cui compagnia si trasferirono a Cuba. Nell’isola, Meucci e la moglie rimasero per 15 anni, lavorando per il Gran Teatro de Tacon. Vissero un periodo felice e di agiatezza. Erano ben pagati, abitavano in un bell’appartamento e Meucci disponeva di una grande officina per realizzare apparecchiature e strumenti teatrali. Ma la sua fama andò oltre il palcoscenico, non solo per aver riprogettato il teatro, semidistrutto da un uragano, rendendolo resistente alle grandi calamità naturali, ma anche per aver messo in grado l’acquedotto appena realizzato ma che presentava insormontabili problemi tecnici di funzionare perfettamente.

Garibaldi tra i suoi operai

Meucci mise a punto anche una tecnica di galvanizzazione, grazie alla quale si assicurò un contratto importante con il governatorato per l’argentatura e la doratura degli equipaggiamenti militari cubani. Nel 1849 riuscì per primo a trasmettere la voce per via elettrica, realizzando quello che chiamò il telettrofono. Lasciò l’Avana l’anno successivo. Giunse a New York il primo maggio 1850 con una capitale di 26 mila dollari. Acquistò un cottage a Clifton, Staten Island, e poi un terreno sul quale costruì una fabbrica per la produzione di candele, nella quale impiegò manodopera italiana. Per un certo periodo ebbe tra i suoi operai anche Giuseppe Garibaldi reduce dall’avventura della Repubblica Romana del 1849. La fabbrica però non ebbe il successo sperato e alla fine Meucci fu costretto a vendere tutti i suoi beni. Riprese l’idea del “telegrafo parlante” e la perfezionò. Era giunto il momento di diffondere la sua invenzione e ne pubblicò una descrizione sull’Eco d’Italia di New York, fondando poi nel 1871 con altri italiani, la Telettrofono Company.

Una dolorosa vertenza

Purtroppo non riuscì a trovare fondi per il brevetto. Dovette così accontentarsi di un caveat, che proteggeva la sua invenzione solo temporaneamente, ma che poi non potette rinnovare. Fu così che del suo telefono si appropriò nel 1876 l’ingegnere scozzese Graham. Gli anni che seguirono Meucci li dedicò alla dolorosa vertenza per rivendicare la propria paternità sull’invenzione che terminò il 19 luglio 1887 con una sentenza che, pur riconoscendogli alcuni meriti, diede di fatto ragione a Bell. Meucci morì a 81 anni senza poter far ricorso contro la decisione. Bell sarà così considerato ovunque nel mondo, tranne che in Italia, l’inventore del telefono fino appunto all’11 giugno 2002 quando il Congresso degli Stati Uniti riconoscerà ufficialmente a Meucci questo titolo e questo merito. Il grande inventore italiano fu molto attivo anche in Massoneria come conferma questo episodio: l’8 agosto del 1888 presiedette a New York, su delega dell’allora Gran Maestro del Grande Oriente Adriano Lemmi, la cerimonia di iniziazione dell’ambasciatore italiano negli Stati Uniti al quale rivolse un eccellente discorso di benvenuto nell’Istituzione e di augurio della sua vita iniziatica.

Garibaldi e Meucci a Staten Island

Il 30 luglio 1850 Giuseppe Garibaldi sbarcò a New York a bordo della nave Waterloo, accolto come eroe internazionale per le sue imprese a Montevideo e Roma. Aveva 43 anni e, provato dall’artrite, fu necessario calarlo dalla nave con un paranco. Gli esuli italiani, insieme a patrioti tedeschi, francesi, ungheresi e polacchi, celebrarono il suo arrivo. Tra di loro c’erano Felice Foresti e Antonio Meucci, futuro inventore del telefono. Garibaldi alloggiò inizialmente al Pavilion Hotel, poi si trasferì a Staten Island all’inizio di ottobre 1850 nel villino di Clifton insieme a Meucci, al maggiore Paolo Bovi Campeggi e al tenore Lorenzo Salvi. Qui trovò la quiete per scrivere le sue memorie, dedicarsi alla pesca e alla caccia, e immergersi in attività più quotidiane. Per aiutarsi a mantenersi, Garibaldi lavorò come operaio insieme a Meucci: prima insaccando salsicce (un’impresa presto abbandonata per i problemi pratici), poi nella fabbrica di candele steariche che Meucci stava avviando. In questo laboratorio, Garibaldi partecipava attivamente al lavoro manuale e contribuiva a dare qualche guadagno agli esuli italiani. Il soggiorno di Garibaldi a Staten Island durò fino ad aprile 1851, quando partì per il Perù e successivamente per Cina e Australia. Tornò poi a New York per un breve periodo prima di lasciare definitivamente gli Stati Uniti il 12 gennaio 1854, lasciando a Meucci preziosi oggetti personali, tra cui la camicia rossa della campagna di Roma, un pugnale, un cammeo e un paio di pistole. Tutti oggi conservati nel Museo Garibaldi-Meucci a Staten Island. (DA ERASMO FEBBRAIO 2026)



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