91 anni fu iniziato Salvatore Quasimodo

Sono trascorsi 91 anni da quel 31 Marzo del 1922, giorno in cui Salvatore Quasimodo è iniziato massone nella Loggia “Arnaldo da Brescia” all’Oriente di Licata, all’Obbedienza del Grande Oriente d’Italia. La Loggia è attualmente operante con il numero identificativo 959, mentre al Poeta è stata intitolata successivamente una Loggia operante con il numero identificativo 1059. Salvatore Quasimodo, Letterato, Poeta, Premio Nobel per la Letteratura, Massone, nasce a Modica, in provincia di Ragusa, da Gaetano Quasimodo e Clotilde Ragusa, il 20 agosto 1901. L’infanzia del poeta trascorre in vari piccoli paesi della Sicilia dove il padre, capostazione delle Ferrovie dello Stato, viene periodicamente trasferito. Dopo il tremendo terremoto del 1908 la famiglia si trasferisce a Messina dove il padre è chiamato per riorganizzare la locale stazione: come accaduto per molti altri superstiti, i Quasimodo vivono in una carrozza ferroviaria. Questa esperienza di vita dolorosa e precoce lascerà un profondo segno nell’animo del poeta.
Nella città dello Stretto Salvatore Quasimodo compie gli studi fino al conseguimento del diploma nel 1919 presso l’Istituto Tecnico Jaci. A quel’epoca risale un evento di fondamentale importanza per la sua formazione umana e artistica: l’inizio del sodalizio con Salvatore Pugliatti e Giorgio La Pira, che durerà poi tutta la vita. Negli anni messinesi Quasimodo fonda il mensile “Nuovo Giornale Letterario” su cui pubblica i versi che ha cominciato a scrivere.
Conseguito il diploma, appena diciottenne, Quasimodo lascia la Sicilia con cui manterrà per tutta la vita un legame edipico, e si stabilisce a Roma. In questo periodo continua a scrivere versi e studia il latino e il greco presso monsignor Rampolla del Tindaro, in Vaticano.
Il 31 Marzo del 1922 viene iniziato Libero Muratore nella Loggia Arnaldo da Brescia all’Oriente di Licata.
Il segno dell’iniziazione lo troviamo, d’ora in avanti nella sua costante ricerca di un legame universale di solidarietà con il mondo, sostenuto da un’ “intelligenza laica” che ha molto in comune con l’affratellante evangelismo sociale di Pascoli, anch’egli Figlio della Vedova. Il Quasimodo segnato dall’esperienza massonica, pur se sempre all’insegna di una sensibilità inquieta e conflittuale e pur lucidamente consapevole della tragica condizione esistenziale dell’uomo, farà della Parola una sorta di “grimaldello” che gli consenta la decifrazione del mistero del cosmo, strumento con cui sgrossare la pietra grezza perché diventi cubica.
Tre anni e mezzo più tardi, il 22 Novembre del 1925, le feroci persecuzioni fasciste contro la Massoneria ed in particolare contro il Grande Oriente d’Italia costringono il Gran Maestro Domizio Torrigiani ad emanare il decreto di scioglimento di tutte le Logge Massoniche.

Nel 1926 viene assunto al Ministero dei Lavori Pubblici e assegnato al Genio Civile di Reggio Calabria. L’attività di geometra, per lui faticosa e del tutto estranea ai suoi interessi letterari, sembra però allontanarlo sempre più dalla poesia e, forse per la prima volta, pensa di dover considerare naufragate per sempre le proprie ambizioni poetiche. Tuttavia il riavvicinamento alla Sicilia, i contatti ripresi con gli amici messinesi della prima giovinezza e soprattutto il rinvigorirsi dell’amicizia con Salvatore Pugliatti, insigne giurista e fine intenditore di poesia, volgono a riaccendere la volontà sopita e a far sì che Quasimodo riprenda i versi del decennio romano, per rivederli e aggiungerne di nuovi. Nasce così nel contesto messinese il primo nucleo di “Acque e terre”. Nel 1929 si reca a Firenze dove il cognato Elio Vittorini lo introduce nell’ambiente di “Solaria”, facendogli conoscere i suoi amici letterati: da Alessandro Bonsanti ad Arturo Loira, a Gianna Manzini ed Eugenio Montale, che intuiscono presto le doti del giovane siciliano. Proprio per le edizioni di “Solaria” (che aveva pubblicato alcune liriche di Quasimodo) esce nel 1930 “Acque e terre”, il primo libro della storia poetica di Quasimodo, accolto con entusiasmo dai critici, che salutano la nascita di un nuovo poeta.

Nel 1932 Quasimodo vince il premio dell’Antico Fattore, patrocinato dalla rivista e nello stesso anno, per le edizioni di “circoli”, esce “Oboe sommerso”. Nel 1934 si trasferisce a Milano, città che segnerà una svolta particolarmente significativa nella sua vita, non solo artistica. Accolto nel gruppo di “corrente” si ritrova al centro di una sorta di società letteraria, di cui fanno parte poeti, musicisti, pittori, scultori.
Nel 1936 pubblica con G. Scheiwiller “Erato e Apòllion” con cui si conclude la fase ermetica della sua poesia. Nel 1938 lascia il suo lavoro presso il Genio Civile e inizia l’attività editoriale come segretario di Cesare Zavattini, il quale più tardi lo farà entrare nella redazione del settimanale “Il Tempo”. Nel 1938 esce la prima importante raccolta antologica “Poesie”, con un saggio introduttivo di Oreste Macrì, che rimane tra i contributi fondamentali della critica quasimodiana. Il poeta intanto collabora alla principale rivista dell’ermetismo, la fiorentina “letteratura”.
Nel biennio 1939-40 Quasimodo mette a punto la traduzione dei Lirici greci che esce nel 1942 che, per il suo valore di originale opera creativa, sarà poi ripubblicata e riveduta più volte. Sempre nel 1942 esce “Ed è subito sera”.

Nel 1941 gli viene concessa, per chiara fama, la cattedra di Letteratura Italiana presso il Conservatorio di musica “Giuseppe Verdi” di Milano. Quasimodo insegnerà fino all’anno della sua morte. Durante la guerra, nonostante mille difficoltà, Quasimodo continua a lavorare alacremente: mentre continua a scrivere versi, traduce parecchi Carmina di Catullo, parti dell’Odissea, Il fiore delle Georgiche, il Vangelo secondo Giovanni, Epido re di Sofocle (lavori che vedranno la luce dopo la liberazione). Quasimodo porterà avanti questa attività di traduttore anche negli anni successivi, parallelamente alla propria produzione e con risultati eccezionali, grazie alla raffinata esperienza di scrittore. Tra le sue numerosissime traduzioni: Ruskin, Eschilo, Shakespeare, Molière, e ancora Cummings, Neruda, Aiken, Euripide, Eluard (quest’ultima uscita postuma). Nel 1947 esce la sua prima raccolta del dopoguerra, “Giorno dopo giorno”, libro che segna una svolta nella poesia di Quasimodo. La poesia di Quasimodo supera quasi sempre lo scoglio della retorica e si pone su un piano più alto rispetto all’omologa poesia europea di quegli anni; il poeta, sensibile al tempo storico che vive, accoglie temi sociali ed etici e di conseguenza varia il proprio stile. Nel 1949 esce “La vita non è un sogno”, ancora ispirato al clima resistenziale. Nel 1950 Quasimodo riceve il premio San Babila e nel 1953 l’Etna-Taormina insieme a Dylan Thomas. Nel 1954 esce “Il falso e vero verde”, un libro di crisi, con cui inizia una terza fase della poesia di Quasimodo, che rispecchia un mutato clima politico. Dalle tematiche prebelliche e postbelliche si passa a poco a poco a quelle del consumismo, della tecnologia, del neocapitalismo, tipiche di quella “civiltà dell’atomo” che il poeta denuncia mentre si ripiega su se stesso e muta ancora una volta la sua strumentazione poetica. Il linguaggio ridiventa complesso, più scabro e suscita perplessità in quanti vorrebbero il poeta sempre uguale a se stesso. Segue nel 1958 un antologia della Poesia italiana del dopoguerra; nello stesso anno compie un viaggio in URSS nel corso del quale venne colpito da infarto, cui segue una lunga degenza all’ospedale Botkin di Mosca.

Il 10 dicembre 1959, a Stoccolma, Salvatore Quasimodo riceve il premio Nobel per la Letteratura. Al Nobel seguirono moltissimi scritti e articoli sulla sua opera, con un ulteriore incremento delle traduzioni. Nel 1960 l’Università di Messina gli conferisce la laurea honoris causa oltre alla cittadinanza onoraria dallo stesso comune.
La sua ultima opera, “Dare e avere” è del 1966: si tratta di una raccolta che è un bilancio della propria vita, quasi un testamento spirituale (il poeta sarebbe morto appena due anni dopo). Nel 1967 è l’Università di Oxford a conferirgli la laurea honoris causa.
Colpito da ictus ad Amalfi, dove si trovava per presiedere un premio di poesia, Quasimodo muore il 14 giugno 1968, sull’auto che lo sta accompagnando a Napoli.
Le opere del Poeta Premio Nobel per la Letteratura sono tradotte in quaranta lingue e sono studiate in tutti i Paesi del mondo.
Noi vorremmo esaminare di tutta la sua vastissima opera, quei versi che ci mostrino il segno indelebile dell’iniziazione.

“Tu vedi che per sillabe mi scarno”

ci sembra ricordare il lavoro di sgrossamento della pietra grezza che l’iniziato compie su se stesso, compiuto qui utilizzando lo strumento della parola e della sillaba.

“Mi trovo deserto, Signore,
nel tuo giorno,
serrato ad ogni Luce…”
è l’angoscia esistenziale ancora sottolineata con questi altri versi
“Si china il giorno
e colgo ombre dai cieli:
che tristezza il mio cuore di carne!…”
“Le parole ci stancano:
risalgono da un’acqua lapidata…”
“Un raggio mi chiude in un centro di buio,
ed è vano ch’io evada…
Talvolta un bambino vi canta, non mio;
breve è lo spazio e d’angeli morti sorride…”
“Ognuno sta solo nel cuore della terra,
trafitto da un raggio di sole;
ed è subito sera…”

E dopo gli orrori della guerra la Speranza accende ancora il cuore del poeta che scrive

“… E quel gettarmi alla terra,
quel gridare alto il nome del silenzio,
era dolcezza di sentirmi vivo…”
“… e l’uomo che in silenzio si avvicina
non nasconde un coltello tra le mani,
ma un fiore di geranio…”
Il mio paese è l’Italia, o nemico più straniero,
e io canto il suo popolo, e anche il pianto
coperto dal rumore del suo mare,
il limpido lutto delle madri, canto la sua vita.

Salvatore Quasimodo



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