Il teorema Cordova contro i massoni crolla dopo 25 anni | Il Dubbio

La caccia al massone iniziò nel ’92. Dopo “appena” 25 anni gli 800 faldoni fatti sequestrare alla massoneria da Agostino Cordova sono stati restituiti. Un quarto di secolo non è dunque servito a tirare fuori lo straccio di una prova. La Gip che ha archiviato l’inchiesta l’ha definita
priva di «notizie di reato e illegittima». Articolo di Simona Musco.

Dopo venticinque anni, gli 800 faldoni fatti sequestrare dal magistrato Agostino Cordova alla massoneria sono stati restituiti. Faldoni pieni zeppi di storie, di volti e nomi messi alla berlina in una caccia alla streghe finita con un buco nell’acqua. Lo ha annunciato il Gran Maestro Stefano Bisi nel corso della Gran Loggia, a Rimini, venerdì scorso. Gli investigatori, nel 1992, avevano portato via dal Vascello e dalle case dei massoni materiale proveniente da ogni angolo d’Italia, stipato in un numero imprecisato di scatoloni e raccolto dopo le rivelazioni del notaio Pietro Marrapodi. Dichiarazioni che ricalcavano l’immaginario collettivo sui cosiddetti “gruppi di potere”, dalle quali «il pm di Palmi ha tratto lo spunto per acquisire una massa enorme di dati», elenchi di iscritti alle logge poi digitalizzati «che costituisce una vera e propria banca dati sulla cui utilizzazione è fondato avanzare dubbi di legittimità». Parole che il gip Augusta Iannini scrive nel 2000, quando mette la parola fine sulla maxi indagine che ha reso la massoneria sporca, brutta e cattiva. Bisi, venerdì scorso, ha mostrato orgogliosamente alla folla il primo fascicolo riottenuto. Gli altri si trovano ancora in Procura ritorneranno nell’Archivio di Villa il Vascello nei prossimi giorni. «I documenti dell’inchiesta Cordova sono la nostra storia, una storia di cui andiamo orgogliosi e il fatto che finalmente siano stati dissequestrati per tornare a casa è molto importante – ha detto Bisi -. Si è chiusa una vicenda che tanti problemi ha provocato a tanti fratelli del Goi e in cui la giustizia e la verità alla fine hanno prevalso sui teoremi». Furono perseguitati, additati, trattati come mafiosi. Cordova, dal suo ufficio di Palmi, ci ha provato in ogni modo, salvo poi passare la palla a Roma, per competenza territoriale, ai colleghi Lina Cusano e Nello Rossi. Lo scorso anno Il Goi ha avviato l’iter per ottenere la restituzione degli atti, che solo ora potranno tornare nelle mani dei legittimi proprietari. Ma nel corso degli anni quei documenti sono rimasti in pasto alle Procure, senza che nessuno si preoccupasse di cancellare il marchio d`infamia stampato a caratteri cubitali sulla carta d’identità di ognuno dei massoni finiti sotto la lente d’ingrandimento. Le parole del gip Iannini sono durissime e rendono conto della fragilità di quell’indagine. I massoni venivano accusati di associazione a delinquere e violazione della legge Anselmi. Due gli elementi da sondare: la segretezza e l’interferenza col potere costituito. Perché la riservatezza, scriveva il gip, non significa segretezza, «che presuppone invece una precisa volontà diretta a celare i propri adepti, i propri fini e financo le proprie sedi». Ma le sedi dove gli investigatori misero mano erano pubbliche e note a tutti. O erano case private, dove i massoni tenevano famiglia. Più difficile il concetto di interferenza. Tanto difficile, scriveva il giudice, che spesso le indagini sulle associazioni segrete si traducono in un cumulo di polvere, finendo per essere «conoscitive» e, in quanto tali, «dovrebbero essere accuratamente evitate». Nell’indagine di Cordova, però, il momento conoscitivo ha vissuto momenti «di inusuale ampiezza». Il giudice non lo risparmia mai: «in questa indagine l’articolo 330 del codice di procedura penale è stato interpretato come potere del pm e della polizia giudiziaria di acquisire notizie e non, come si dovrebbe, notizie di reato». Negli uffici di Procura arrivò una «immensa» massa di documenti su obbedienze, logge, affiliati, verbali di riunioni, corrispondenza ufficiale e privata, vennero richieste informative sugli iscritti e sui non indagati, si frugò tra i conti bancari, furono passati al setaccio i nominativi di dipendenti pubblici, disposte intercettazioni e ogni altra cosa possibile. Un’ampiezza che, invece, non ha riguardato l’indagine sulle presunte interferenze nell’attività delle istituzioni pubbliche. Si puntò su Roma, dove le principali confessioni massoniche avevano sede e in base al principio che lì, necessariamente, dovevamo aver luogo le interferenze mai scoperte. L’indagine aveva fatto finire in carcere quattro persone, che, secondo l’accusa, avrebbero fatto «svariate promesse di denaro, pari a lire 500 milioni, e di voti, pari a circa 2500, messi a disposizione dalla comunione massonica in esame (la Massoneria universale di rito scozzese antico ed accettato dell’Oriente d’Italia) sia nelle elezioni amministrative che nelle successive elezioni politiche».
Il candidato in questione era Cosmo Sallustio Salvemini, “compromesso” da alcune intercettazioni, che però per il gip, «non forniscono prove né dei reati elettorali contestati né dell’esistenza di un’associazione segreta in grado di esercitare una effettiva e concreta attività di interferenza nella vita di organismi istituzionali e tanto meno di un`associazione a delinquere». Tant’è che Salvemini prese un numero di voti talmente basso da provocare rossore. E inoltre di quei soldi promessi «non è mai stata versata neppure una lira». Rimangono «una mera illusione», dunque. Così come le accuse di Cordova, magistrato duro che vedeva corruzione e male ovunque. Cominciò la sua carriera a Reggio Calabria nel 1963, diventando pretore, giudice a latere della sezione penale e poi giudice istruttore. Nel 1978 firmò 60 rinvii a giudizio per il primo maxiprocesso contro la ‘ndrangheta calabrese. Nell’87 diventò capo della Procura di Palmi, da dove inseguì la cosca Pesce, sfidò le Usl di Taurianova e Gioia Tauro e denunciò la scarsità dei mezzi. Ma fu a sua volta denunciato (e poi archiviato) al Csm per “incompatibilità ambientale”. Nel luglio del 1993 diventò procuratore di Napoli, dove il suo lavoro di coordinamento fu contestato da 60 sostituti. II Csm si spaccò: la destra stava con lui, la sinistra lo osteggiava. Il Csm di lui scrisse che ha il vizio della «inqusitio generalis». Soprannominato il Minotauro, vedeva in Napoli la capitale del Male. E la Cassazione per questo lo ha sgridato più volte: nelle motivazioni con le quali respinse il ricorso della Procura di Napoli contro l`annullamento dell`arresto dei prefetti di Roma e di Siracusa e dell`ex vicesindaco di Napoli, c’era scritto che il ricorso «denota indici di una radicata tendenza a trasformare meccanicamente l’illegittimità o l’anomalia amministrativa degli atti e delle procedure, in illiceità penali». Così come vedeva nei massoni, ad ogni costo, dei mostri. Quasi 30 anni dopo quei mostri non ci sono più. Ma la caccia alle streghe non è mai finita.

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