Chiesa e Massoneria. Scambio epistolare sull’Avvenire tra il Gran Maestro Bisi che replica a Don Stamile e il direttore Marco Tarquinio

 

Il Gran Maestro Stefano Bisi in una lettera al direttore dell’Avvenire Marco Tarquinio replica ad un articolo pubblicato il primo novembre 2017 dal quotidiano dei vescovi italiani a firma del sacerdote Ennio Stamile, referente regionale di “Calabria Libera”  dal titolo “Chiara inconciliabilità. Chiesa e Massoneria, lo ‘scandaloso’ dialogo” in riferimento al convegno “Chiesa e Massoneria. Così vicini, così lontani” organizzato a Siracusa dalla loggia Archimede del Grande Oriente.  Al Gran Maestro risponde Tarquinio, sottolineando come Il dialogo sia  sempre un bene. Riportiamo anche di seguito un altro scambio epistolare tra Bisi e il direttore dell’Avvenire, al quale fa riferimento  oggi Tarquini: un botta e risposta  sulle Massomafie del 16 luglio 2016. 

        La lettera del Gran Maestro Stefano Bisi

 

 

 

 

Gentile direttore,
ho letto l’articolo pubblicato su “Avvenire” nell’edizione di mercoledì 1 novembre, a firma del sacerdote Ennio Stamile, referente regionale di Libera Calabria, dal titolo «Chiara inconciliabilità. Chiesa e Massoneria lo “scandaloso” dialogo» e vorrei cogliere l’occasione per argomentare alcune riflessioni; ovviamente dal nostro punto di vista di liberi muratori del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, su una vicenda, quella dei rapporti più o meno inconciliabili fra Chiesa e Massoneria, che va avanti sine die da secoli. E che sicuramente continuerà ad alimentare il dibattito teologico e non solo chissà ancora per quanti altri secoli. L’appuntamento organizzato dal Grande Oriente d’Italia a Siracusa ed al quale parteciperanno insieme al vescovo di Noto, monsignor Antonio Staglianò e monsignor Maurizio P. Aliotta, i Gran Maestri aggiunti Santi Fedele e Sergio Rosso, nasce col preciso intento di favorire un dialogo in cui, senza pregiudizi e invasioni di campo, senza dogmatismi e accuse, mantenendo ognuno il proprio ruolo, si possa discutere serenamente pur mantenendo le diverse visioni e le distanze. Posso subito rassicurare padre Stamile su un punto: la Libera Muratoria non deve convincere nessuno. Nessuna idea strumentalizzatrice, quindi, e nessuna voglia allo stesso tempo di finire strumentalizzati o colpevolizzati. Ognuno dica chiaramente il proprio punto di vista e, con tolleranza, virtù della quale noi massoni facciamo continuo e saggio esercizio, rispetti quello degli altri. Di certo la Massoneria non potrà mai e poi mai avallare dogmi e assiomi fideistici che sono lontani dalla sua ultrasecolare Tradizione. A costo di continuare a essere tacciata di relativismo. Con padre Stamile, concordo su un punto, quello del dialogo. Lo scrissi qualche anno fa anche al cardinale Gianfranco Ravasi dopo un suo articolo che aveva il tenore di una possibile apertura e di un invito a Iparlarsi. Quella del dialogo è l’unica via percorribile fra Istituzioni che operano per il bene dell’Umanità e la fratellanza. Noi, infatti, lasciamo ciascun fratello libero di credere nella propria religione. Se dopo Siracusa, Chiesa e Massoneria saranno più vicine o sideralmente più lontane lo diranno gli eventi e i comportamenti. Da parte nostra, e approfitto di questa lettera per ribadirlo, non c’è pregiudizio. Forse più nell’ambito ecclesiastico serve ancora una dose massiccia di coraggio per superare gli stereotipi con cui ancora viene vista la Massoneria, superare la paura di parlarsi intellettualmente ed essere pronti ad intraprendere anche dei percorsi comuni sulle cose che avvicinano più che su quelle che sembrano insormontabili o inconciliabili. Oltre che la teologia bisogna anche sapere usare la ragione e il cuore. Noi massoni siamo uomini del dialogo e siamo pronti a dimostrarlo ancora una volta e senza condannare o scomunicare nessuno.

Stefano Bisi Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia

La risposta del direttore Tarquinio

 

 

Il dialogo è sempre un bene, gentile dottor Bisi. E io, un po’ per indole e molto per maturata convinzione, sono tra quanti lo perseguono anche con coloro che appaiono (poco o tanto) lontani dai miei valori di riferimento o anche solo dalle mie personali opinioni. Proprio per questo ho apprezzato molto, e ho pubblicato con evidenza su “Avvenire”, la riflessione che mi ha inviato don Ennio Stamile sul pubblico confronto tra due illustri teologi e altrettanti esponenti di spicco del Grande Oriente d’Italia, la comunione massonica di cui lei è oggi massimo esponente. Capisco bene perché alcune argomentazioni del sacerdote calabrese, impegnato sia nel servizio ecclesiale sia nella battaglia civile di Libera contro ogni “oscuro potere”, l’abbiano indotta a inviarmi questa lettera. Spero che, anche per la sua esperienza professionale di giornalista, mi capirà e perdonerà per averla dovuta leggermente ridurre, ma noterà che ho rispettato il cuore del suo ragionamento. Per gli stessi motivi di spazio mi limito, qui, a due rapide annotazioni. La prima è una presa d’atto: noto che, alla sua maniera, lei ribadisce l’attualità delle ragioni di «inconciliabilità» tra sguardo cattolico e visione massonica: «Maie poi mai… », scrive, a proposito dei cardini della fede professata da un miliardo e trecento milioni di cattolici. È questo che inesorabilmente “scomunica”: se non si condivide l’essenziale, non si è parte di una comunità… La seconda è un augurio che colgo: un pubblico dialogo tra portatori di punti di vista (e modi di proporsi) così differenti è un segno buono. Tutto ciò che, con onesto e semplice coraggio, avviene con rispetto, chiarezza e alla luce del sole lo è.

P.S. Sono curioso di vedere se nel dare conto del piccolo dialogo epistolare con me, gentile dottor Bisi, lei stavolta riterrà utile far menzionare dal sito del Goi pure la mia risposta. In occasione del nostro primo scambio di lettere su “Avvenire” del 16 luglio 2016 («Massomafia, la massoneria protesta. Ma è realtà antica e problema vero ), questo invece non è avvenuto. La cosa mi ha colpito e un po’ sorpreso. I cattolici ascoltano la voce di tutti e, quando è il caso, per quanto possibile la ospitano, dando spazio a ragioni diverse dalle proprie. Anche i massoni – che lei definisce attenti fautori della tolleranza e propone come veri cultori del confronto – non dovrebbero essere da meno. È nelle piccole cose che si mettono alla prova i grandi propositi… o no?

Riportiamo  di seguito un altro scambio epistolare tra Bisi e il direttore dell’Avvenire, al quale accenna nella sua risposta di  oggi  a Bisi Tarquini: un botta e risposta  sulle Massomafie apparso sul giornale dei Vescovi il  16 luglio 2016. 

 

La lettera di Bisi
Egregio direttore.
scrivo questa lettera con grande turbamento e profonda indignazione per quanto ho letto sul suo giornale in un commento di Davide Imeneo pubblicato il 13 luglio scorso dal titolo «Chiamiamola massomafia». Mi duole veramente dirlo ma credo che in questa occasione siano stati superati tutti i limiti del buonsenso e della libera opinione. L’articolista nel raccontare l’inchiesta giudiziaria in corso in Calabria e citando alcune dichiarazioni di pentiti avvalora in chi legge e quindi nell’opinione pubblica una tesi, quella della n’drangheta ormai confluita nella Massoneria, anzi «sotto la Massoneria» che è veramente un pugno nello stomaco per tutti quei fratelli che orgogliosamente e nella piena legalità e trasparenza lavorano secondo i nobili principi della Libera Muratoria Universale per migliorare se stessi e l’Umanità non certo intrallazzando con la criminalità organizzata o addirittura facendola confluire direttamente all’interno dell’Istituzione. Simili accostamenti sono totalmente arbitrari ed estremamente preoccupanti per tutti i massoni delle Obbedienze regolari. Totalmente inaccettabile è poi il fatto che venga coniato un termine «massomafia» che marchia in modo inaccettabile, infamante e totalmente falso una Istituzione che con la Mafia non ha nulla da spartire. Le parole sono come macigni e prima di scriverle bisognerebbe usare la massima cautela. Noi liberi muratori del Grande Oriente d’Italia pretendiamo solamente rispetto, una parola che purtroppo nell’odierna società e nel continuo e devastante decadimento dei valori sta scomparendo dal vocabolario dell’umana intelligenza, e non di essere infangati ed offesi per colpe che non abbiamo ed esposti ai pericoli di folli vendicatori. Pertanto, nel respingere in toto quell’aberrante parola – «massomafia» – e nel rimanere amareggiato per l’increscioso passaggio dell’articolo confido che in futuro, nella più ampia libertà di critica e di opinione, la massoneria non venga ancora additata con un neologismo che non merita e che ne lede l’immagine e la sua grande opera per il bene e non il male dell’umanità.
Stefano Bisi, gran maestro del Grande Oriente d’Italia
    La risposta del direttore Tarquinio
Capisco il suo punto di vista, gentile dottor Bisi. E so che è espresso con genuina intenzione, visto che ho avuto modo di conoscerla quando io non ero direttore, lei non era ciò che è oggi ed entrambi eravamo giovani cronisti in un giornale diffuso nella viva provincia italiana tra Umbria e Toscana. Ma penso che nel suo ruolo di Gran Maestro del Goi-Palazzo Giustiniani, ovvero della più numerosa comunione massonica italiana (le stime parlano di almeno 22mila iscritti), lei possa e debba dolersi soprattutto del fatto che affiliati alla ’ndrangheta siano o siano stati anche “fratelli” accettati e riconosciuti in logge massoniche (non sono così esperto della materia da dirle di quale “obbedienza”). E penso anche che possa e debba indignarsi per ben altro e cioè per la verifica da parte della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria del collegamento strutturale tra i gruppi malavitosi che gli atti dell’inchiesta “Fata Morgana” (maggio 2016) definiscono la «’ndrangheta militare» e la «’ndrangheta massonica» illustrandone l’interazione a partire dalla fine degli anni 70 del secolo scorso. Parole e concetti che ricorrono decine di volte negli atti e anche in un illuminante video del Ros dei Carabinieri visibile su internet ( https://youtu.be/3EfZSp1kFkI ). E che appena ieri, sabato 16 luglio, abbiamo dovuto rimettere in pagina dando conto di una nuova riuscita operazione antimafia. Si tratta, come sinceramente spero, di personaggi di una «massoneria deviata»? C’è da augurarsi che emerga. E perché questo accada è necessario che lo si dica, lo si denunci: quei «liberi muratori» non vanno solo smentiti, vanno sconfessati. Per questo – e per come la conobbi ritengo che lei se ne renda perfettamente conto – servono dosi serie di chiarezza e di trasparenza, e il coraggio della ramazza. Che non va usata di certo per mettere la polvere (in questo caso da sparo, o di sporchi affari) sotto al tappeto. Serve, insomma, la stessa sana fatica che altre realtà – civili e anche ecclesiali – affrontano a causa dei “tradimenti” e delle “sporcizie” che emergono al loro interno. Anche così si affianca con efficacia la battaglia per la giustizia della magistratura, delle forze dell’ordine, della buona politica e della vera società civile.
E vengo al termine «massomafia», che tanto la inquieta e che lei considera un «neologismo». In verità non una nostra creazione. È una citazione. È infatti il frutto della fulminante intuizione e sintesi di Giovanni D’Urso, urbanista, accademico, insigne e generoso protagonista della lotta alla mafia, fondatore nel 1984 dell’associazione “I Siciliani” per rendere omaggio e continuare l’impegno di Pippo Fava, grande e scomodo cronista e intellettuale assassinato in quello stesso anno dai sicari di “cosa nostra”. Mi creda, gentile dottor Bisi, «aberrante» non è il termine «massomafia» riproposto con asciutta lucidità nel commento del nostro editorialista, ma la realtà di comitati d’affari e di intrecci tra logge e ’ndrine (o cosche o clan) che esso descrive. Una realtà criminale che non dubito sia diversa dalla massoneria che lei rivendica con orgoglio di rappresentare, ma che purtroppo esiste e inquina da gran tempo e in diverso modo la vita del nostro Paese. La massomafia c’è, eccome: va riconosciuta, portata allo scoperto e sconfitta. A ognuno, massoni compresi, spetta di fare fino in fondo la propria parte. Senza paura delle parole, a viso aperto.


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